Il derby a Roma, fuori dal campo

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Lunedì sera il campo ha detto la sua verità: la Roma ha vinto 2-1 e si è aggiudicata il secondo posto in campionato, la Lazio dovrà resistere al Napoli se vorrà conservare il terzo. Facile, no? In meno di due righe si fa cronaca. Le complicazioni stanno tutte fuori dal campo, oppure, vista la discussione all’ordine del giorno, nei gesti “da tifosi” che i calciatori fanno.

I festeggiamenti dei romanisti in campo (vedi foto) sono parsi eccessivamente sopra le righe a più di qualcuno, ma ricordo che si trattava di un derby al quale la Roma è arrivata con una serie di problemi da superare, quasi tutti legati a situazioni extracampo, che in qualche modo spiegano non tanto i gesti di De Rossi, quanto l’agonismo esasperato e i toni trionfalistici. Una vittoria, per loro, liberatoria. Da festeggiare in modo speciale.

I giocatori giallorossi erano da tempo nel mirino dei mugugni dei tifosi, per via di una seconda parte di stagione molto deludente. L’obiettivo minimo, quello di tenersi alle spalle la Lazio, sembrava addirittura a rischio, vista la grande primavera dei biancocelesti contrapposta con il respiro affannoso e le gambe pesanti dei romanisti.

Vincere significava centrare l’obiettivo minimo, ma soprattutto restituire ai tifosi la supremazia tecnica che sembrava l’ultima cosa in discussione, al passo d’avvio della stagione. Una stagione che ha visto le due squadre, partite l’una per vincere lo scudetto e l’altra per centrare la qualificazione all’Europa League, scambiarsi per un istante le parti.  Rientrate nella normale gerarchia dettata dai valori tecnici (almeno sulla carta), le due squadre proseguiranno il loro cammino sportivo. Le tifoserie, invece, sembrano alle prese con altri problemi.

In casa Lazio il ritorno d’entusiasmo innescato dal gioco e dai risultati della squadra ha riportato la gente allo stadio, dopo una decina d’anni di (strano) abbandono. Per tradizione la Lazio ha un seguito di pubblico allo stadio superiore a quasi tutte le altre squadre della serie A, in proporzione al numero complessivo dei tifosi, tant’è che la forte sproporzione cittadina (i romanisti sarebbero perlomeno il quadruplo dei laziali) si attenua molto a guardare i dati del botteghino, che dicono che la Lazio ha un seguito inferiore alla Roma di molto meno, tra le 5 e le 10.000 presenze a partita. Una presenza che, in entrambi i casi, sembra più attenta a mantenere il controllo del territorio e a autocelebrarsi che a sostenere la squadra su un cammino che si spera vincente.

Il famoso “provincialismo delle romane”, stereotipo da processo del lunedì, insomma. Un’immagine fittizia che sovrappone le due squadre, appiattendole sui comportamenti tipici di quella romanista, spesso candidata a trionfi che tardano ad arrivare, sovente in prima pagina a denunciare macchinazioni e danneggiamenti che ne impedirebbero l’affermazione sacrosanta e definitiva. La Lazio in genere tiene un profilo più basso, sia come società (anche se Lotito ama eccedere verbalmente, come sappiamo, ma su altri fronti) che come squadra.

Una differenza meno marcata sugli spalti, dove gli ultras romanisti e laziali, come dicevamo prima, sono preoccupati di difendere la posizione dominante, gestire i traffici interni alla curva e portare avanti la propria “strategia” di comunicazione, di cui fanno le spese, in genere, le rispettive presidenze. Così i romanisti ce l’hanno con Pallotta, e i laziali sono sempre pronti a insultare Lotito. Il tutto in una fase aurea per entrambi i club, mai così in alto stabilmente in classifica, dopo essere stati abituati a decenni di vacche magre e improvvise, episodiche abbuffate.

Una grandezza che ha trovato il suo culmine due anni fa, il 26 maggio 2013, quando le due squadre di Roma si sono affrontate all’Olimpico per contendersi la Coppa Italia. Quel giorno vinse la Lazio e la scia di sfottimenti e recriminazioni non s’è più fermata. Il che spiega, in parte, l’eccesso di enfasi visto in campo lunedì sera nella celebrazione di un evento tutto sommato minore, nell’economia di un campionato che aspettava i romanisti su ben altri livelli di rendimento.

Il sollievo e lo sfogo rabbioso dei giallorossi testimoniano il disagio di un lungo momento in cui si è messa in dubbio la forza della squadra che aveva saputo lottare gagliardamente l’anno scorso, nel tentativo di sbarrare la strada alla Juventus in campionato. Non erano diventati brocchi all’improvviso, questo gridavano i calciatori. Le magliette di Totti non sono una novità, la prima apparve ancora nel secondo millennio. I gesti di De Rossi ripercorrono una lunga serie di atteggiamenti di sfida o di dileggio che entrambe le squadre hanno messo in mostra, in passato, sentendosi estensione della propria tifoseria. Di Canio, Simeone e Chinaglia da una parte, Totti dall’altra.

Se ci sono violazioni ben vengano le sanzioni, insomma, ma questi non sembrano comportamenti particolarmente gravi. Di grave, magari, c’è il deterioramento ambientale generale. Andai a vedere il derby post-scudetto laziale (autunno del 2000) con tanto di sciarpetta biancoceleste, in tribuna Monte Mario, e attraversai, a fine partita, la folla giallorossa che usciva dalla Curva Sud.

Più di qualcuno sibilò frasi di scherno (avevano appena vinto con un’autorete di Paolo Negro, dunque si era praticamente nella stessa situazione di adesso), ma nessuno m’insultò, mi si avvicinò pericolosamente o mi fece sentire minacciato, per quanto il mio comportamento, visto oggi, potrebbe sembrare parecchio imprudente. Sono andato per lustri allo stadio senza mai minimamente preoccuparmi del contatto con loro e non sono certo uno che ama menare le mani. Semplicemente, il pericolo non si avvertiva. Oggi non è più così, ogni volta le testimonianze dicono che c’è da evitare accuratamente il contatto, il che è una sconfitta per tutti.

Noi laziali denunciamo da tempo un tentativo di rimozione della nostra squadra dal panorama cittadino. Si tratta di paranoie, sindrome d’accerchiamento, complessi che fioriscono così. La Lazio esiste e esisterà sempre. Ma c’è anche un fondo di verità, perché esiste un forte blocco romanista nell’informazione, tra RAI, Sky e quotidiani di carta e on-line, che tende a rappresentare una realtà romana squilibrata nettamente a favore dei giallorossi. Sappiamo che è così solo se contiamo i simpatizzanti e che il confronto sportivo rimane equilibrato, come dimostra continuamente il campo.

Hanno mezzi a disposizione differenti (più ricca la Roma, ancorché più indebitata) in relazione alla massa dei tifosi e anche all’appeal di Totti, vera macchina che produce, più che successi sportivi, soldi. Al lungo autunno tiepido del suo capitano la Roma ha sacrificato molti possibili successi, ma questo, dicevamo prima, non conta. Sembra che le due tifoserie, per motivi diversi, siano interessate a prevalere solo nella stracittadina, nonostante le ambizioni sbandierate.

Dopo il dileggio della mamma del povero Ciro Esposito, qualunque tifoso si sarebbe schierato a fianco del proprio Presidente e avrebbe sottoscritto lo sfogo furente di Pallotta, che definì “fucking idiots” gli ultras colpevoli di tale nefandezza. Invece a Pallotta viene da allora riservata una contestazione ingiuriosa. Si fanno valere le ragioni del familismo amorale, contro un presidente che tiene la Roma in alto in classifica e potrebbe portare ai suoi tifosi uno stadio tutto loro. Assurdo, no? Tanto quanto la continua, stucchevole contestazione a Lotito che parte della tifoseria laziale porta avanti da un decennio, mentre la Lazio stabilizza la propria posizione, paga il retaggio della gestione Cragnotti e da qualche anno prova a rilanciarsi nelle alte sfere, avendo tenuto il primo posto per qualche settimana prima con Reja e poi con Petkovic, avendo portato a casa qualche coppa, tra cui quella importantissima del 26 maggio, e una sensazionale rimonta sull’alta classifica quest’anno.  Se si lamentano laziali e romanisti, cosa dovrebbero fare gli altri?

L’insofferenza dei tifosi verso le rispettive società è ingiustificata, soprattutto nel momento in cui entrambe le società subiscono danni tangibili, sia economici che d’immagine, dai comportamenti delle stesse tifoserie, che suonano come ricattatori. La lunga teoria di scontri che accompagna il cammino delle due tifoserie è orrenda. L’immagine minacciosa del gruppo di ultras incappucciati del Wisla Cracovia che arrivavano al derby allo stadio, ospiti dei laziali gemellati per vicinanza estremista, è eloquente. Il problema è comune, bisognerebbe escogitare una soluzione comune.

Il fatto che entrambe le tifoserie siano nell’orbita della destra estrema è noto da più di un quarto di secolo, e nessuna contromisura è mai stata presa, nonostante la buona volontà mostrata prima da Lotito e poi, di recente, da Pallotta. Segno che mancano gli strumenti. Questo aggiunge tensione all’evento. Alla fine i comportamenti dei giocatori, più che fomentare l’odio e la violenza dei tifosi, sembrano a loro volta istigati dalla rabbia che rugge fuori dal campo.

C’è, insomma, un’escalation che deborda dalle curve, tradizionali luoghi di sfogo, per incanalarsi nei settori più tranquilli delle tifoserie, nelle case, nei bar, nei luoghi di lavoro. Una specie di deriva sudamericana che bisognerebbe affrontare, prima che produca altri danni. La morte di Paparelli, 36 anni fa, fu il frutto velenoso di un episodio isolato. Il clima che monta da anni (almeno una dozzina) a Roma è tale che ci si può aspettare il peggio da un momento all’altro.
E questo ci porta lontano dal campo di gioco, anche se c’è chi si ostina a considerare responsabilità del calcio quello che è essenzialmente un problema di ordine pubblico.

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  1. dmitri

    Questa foto, semmai ce ne fosse bisogno, marca la differenza tra noi e loro. La linguaccia di Balotelli è un affronto alla tifoseria più piagnona d’Italia, quello di quel coattello, degno rappresentante di uno stile che non ci appartiene, è goliardia.

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