Mangiamo schifezze. Il mondo buono è una bufala

1409154391870_wps_2_image001_png

La mia famiglia d’origine è il prodotto di una doppia inurbazione avvenuta nell’ultimo dopoguerra. Funzionava così: in campagna (nel mio caso, montagna) non c’era lavoro, se non a costo di enormi sacrifici da fare per coltivare la terra. La città riservava molte opportunità per chi voleva guadagnarsi un salario. Avere un’entrata in denaro fissa mensile era da preferire alla ricerca del sostentamento attraverso la coltivazione della poca terra a disposizione o l’allevamento non organizzato del bestiame. E quindi, in città.

Moltiplicando questa scelta per centinaia di migliaia/milioni di persone in tutta Italia (e anche altrove) si capisce cosa c’è alla base del cambiamento di abitudini alimentari che sperimentiamo da decenni. L’abbandono delle campagne non è stato un problema in questo senso: la produzione alimentare è cresciuta con la capacità produttiva. Stessi spazi, anzi, meno spazi e più prodotti, più quantitativi e resistenti, ancorché meno qualitativi. Ma questa è una considerazione del dopo: l’uso di fertilizzanti o di ingredienti “particolari” nelle preparazioni industriali ha reso più economico produrre e conservare il cibo, accrescendo di conseguenza i guadagni dei produttori.

La globalizzazione ha accelerato ulteriormente il cambiamento, portando prodotti negli scaffali dei supermercati fuori stagione, introducendo l’uso industriale di ingredienti prima non economici, spostando produzioni onerose in posti dove non ci fossero eccessivi vincoli alla produzione e allo sfruttamento delle risorse o della manodopera.

A questo si è unito uno spostamento del gusto, legato a doppio filo agli stili di vita predicati dalla pubblicità. Consumare prodotti conosciuti, che ci fanno sentire nel pieno flusso del benessere moderno: la Coca, i surgelati, i prodotti confezionati che soppiantano quelli fatti in casa o provenienti dalla produzione locale. Contro questo spostamento sono nate e prosperano realtà che predicano il ritorno a un consumo consapevole e rivolto il più possibile verso i prodotti della zona in cui si risiede. Con alcune piccole controindicazioni, le solite: lo stile di vita “suggerito”. Chi consuma in modo consapevole è illuminato e in qualche modo migliore. Chi si abbrutisce con il peggior junk food è zotico e inferiore.

Concetto rinvenibile praticamente ovunque: l’obesità e l’eccesso alimentare in genere si legano a strati meno consapevoli della popolazione. Livelli bassi, pronti a cavalcare il consumo di cibo come meccanismo d’inclusione altrimenti impossibile. Sarà. Mentre chi crea artificialmente mondi buoni dove le galline sono le migliori amiche dei fornai e surgela il sapore della vita alimenta lo star system del cibo televisivo. La televisione è un’orgia di programmi sulla cucina.

Il che è assurdo, se si pensa che i tempi necessariamente lunghi della cucina qualitativa cozzano con il ritmo necessario in televisione, che non si possono trasmettere odori e sapori e che la stessa qualità dell’immagine televisiva non restituisce le sensazioni che si provano a preparare il cibo per cucinarlo, tagliandolo, pulendolo, condendolo, mescolandolo, portandolo a cottura.

Un mondo finto, dove possono prevalere aspetti che a casa sono secondari: la preparazione “estetica” del piatto e il modo di servirlo in tavola, decisamente telegenico anche perché unico elemento producibile a riprova della bontà del cucinato. Stampini e guarnizioni si sdoganano, insomma, passando da prerogativa esclusiva del ristorante elegante a imprescindibile elemento della cucina familiare evoluta.

Il cozzo tra gli sponsor che producono snack fritti in oli vegetali fetidi e dannosi, o dadi da brodo conservati spacciati per elementi da alta cucina, e l’auspicata qualità superiore di materie prime e preparazioni conseguenti, viene attutito dai volti che si prestano alla pubblicità, che sono sempre gli stessi. Lo chef rinomato che mangia patatine chiude il cerchio e dice che la ricerca della qualità in cucina può avvalersi dell’uso del prodotto industriale fritto nell’olio motore.

Un mischione tra junk e slow food, mentre per strada imperversa il take away. Cibo da strada come piovesse, di qualità per forza di cose bassa, visto che te lo vendono in baracchini fissi o mobili o negozietti sotto i dieci metriquadri. Roba surgelata o prodotta industrialmente, come i panini all’olio (di palma) che la contengono. Un mondo buono, il sapore della vita.

Ricapitolando, l’industria del cibo ha reso inutile l’agricoltura antiquata e trovato produzioni enormemente redditizie, materie prime a buon mercato, manodopera sempre meno esigente e tecnologia in grado di migliorare preparazione, conservazione e circolazione del cibo. Il mercato è stato sapientemente indirizzato, creando bisogni e fornendo quanto occorre per soddisfarli.

Uno di questi bisogni è quello della mangiata di roba sana, quella che cucinavano mamme e nonne. Bisogni stratificati che hanno creato canali attraverso i quali il cibo raggiunge la propria destinazione e finisce nelle pance più raffinate o in quelle meno esigenti. Così succede che la stessa industria che ha svuotato la campagna faccia finta di restituirmi, oggi quello che la campagna non può più fornirmi. A margine, la continua ridefinizione di quello che si può e non si può usare per migliorare la qualità del cibo.

Così, entrano e escono nel dibattito l’olio di palma, le margarine, i conservanti, i coloranti, i frumenti mutati e resi resistenti, gli steroidi nella carne, gli allevamenti intensivi, diserbanti, fertilizzanti, frutti raccolti acerbi che maturano sui camion, prodotti incolori e insapori, lavaggi industriali, coloramenti innaturali e ogni sorta di sofisticazione alimentare, veniale o grave, che si possa immaginare.

A chi credere? A nessuno. Non si chiude la stalla quando i buoi sono scappati. Dalla colazione alla cena, dalla cantina al dessert, dal freezer alla dispensa, viviamo circondati da prodotti sulla cui bontà non potremmo giurare. A meno di non coltivare pomodori e timo sul balcone di casa, ma in quel caso non potremmo sottrarci alle qualità occulte che potrebbero essere presenti nella carne o nel pesce che ci accingiamo a cucinare.

Expo 2015, che dovrebbe tastare il polso all’universo alimentare, ha Coca Cola e McDonalds tra gli sponsor, oltre a decine di realtà grandi e piccole della produzione alimentare, ognuna con i suoi peccati da farsi perdonare. C’è grande confusione sotto al cielo, mentre si fa strada sempre più prepotente la sensazione che il veleno quotidiano che ingeriamo in piccole dosi si nasconda dietro alimenti che per noi sono al di sopra di ogni sospetto: il latte, i cereali e i loro derivati.

Intanto le mode si susseguono, le mamme imbiancano, le autoimmuni prosperano. Il mondo mangia sé stesso, e anche noi non siamo da meno. Addentiamo bulimici la paura della fame, mastichiamo per sentirci vivi e seduti al tavolo dei ricchi. Digeriamo cose che ci rendono un po’ più grassi e un po’ più malati, anche se ci pare così di allontanare la morte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...