Le belle sconfitte

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Lo sport è il darwinismo nella sua forma più pura e il machismo è solo una delle forme di quel brutale spirito competitivo. In più il calcio ha perso il suo valore estetico e tutto è orientato al risultato, che è il prodotto di una tendenza generale di questa epoca e dello spirito di questi anni: non è qualcosa che viene dal calcio stesso. Il calcio manca di visione, gli allenatori amano presentarsi come grandi strateghi, ma non c’è una teoria, il un pensiero calcistico autentico che possa rivoluzionare il gioco e farlo andare oltre le statistiche, le strategie, le tattiche e, in generale, la scientificazione del calcio. (Ivan Ergic, intervista di Emanuele Giulianelli)

La Juventus ha battuto la Lazio, ieri sera, per 2-1, e si è aggiudicata la sua decima Coppa Italia, aggiungendola allo strameritato quarto scudetto consecutivo. Pronostico rispettato, partita bella e corretta, in campo e sugli spalti.

Tifosi laziali, me compreso, grati della bella prova disputata dalla propria squadra e convinti di aver fatto una splendida figura, nonostante la sconfitta. Tutto bello, anche se perdere non piace a nessuno. La passione per il calcio ci ha inchiodato da decenni alla logica del risultato a ogni costo, che è il modo d’intendere lo sport in Italia. La Lazio di ieri sera non finirà negli albi d’oro, ma va ad aggiungersi a una serie storica di beautiful losers, a partire dall’Olanda di Johan Cruijff, entrata nel mito con un mondiale perso, o, in Italia, dai “Leoni di Highbury”, che si strinsero intorno ad Attilio Ferraris e… persero, 3-2, raccogliendo gli applausi dello sportivo pubblico londinese.
Il calcio è uno sport, competitivo all’eccesso, come racconta Ergic, ma pur sempre uno sport, dove non conta solo la vittoria ma anche la partecipazione, visto che uno solo vince. Dove conta la filosofia tattica e il gesto isolato, anche fine a sé stesso, che si perde nella danza lunga 90 minuti che solo ogni tanto culmina con il gol. Si ricorda il vincitore, si contano i gol segnati, si perde il senso di gesti apparentemente inutili: gol sbagliati, pali, traverse, gesti tecnici e comportamenti sul campo di gioco. Ma se il calcio fosse solo tabellino non sarebbe lo sport più amato del mondo. Ci si stamperebbe sulla maglia un numeretto col risultato, o con la faccia del capocannoniere, e tanti saluti.Il fascino del calcio è che, al di là di chi trionfa, regala sogni. Come quello della Costarica nei quarti al mondiale brasiliano, più avanti di tanto calcio miliardario, con tanto coraggio. E la bellezza di certi gesti che si vedono in campo, oltre a valere il prezzo del biglietto, rappresenta un valore di per sé. Gli albi d’oro sono altro, fanno le gerarchie, fanno la storia. Ma il racconto del calcio si declina su ogni campo, nelle stanze di ogni squadra, sulla stoffa di ogni bandiera, nella testa di ogni tifoso. Ed è fatto di ascese e cadute, vittorie e sconfitte. Di situazioni che possono cambiare in ogni momento.

Fermo restando che vincere è il massimo:  i tifosi del Man City non tornerebbero volentieri all’era pre-Mansour, quando stavano davanti alla TV sperando che lo United perdesse. E’ ovvio, questo, quanto uno stupido tabellino. I sogni dei ragazzini, che rivivono ogni giorno su tutti i campi d’erba o di pozzolana del mondo, diventano realtà sul prato verde del Camp Nou, oppure storia su quello di terra dove Soriano segna il rigore più lungo del mondo contro “El Gato” Diaz.
Un giorno lo racconterai ai nipoti, ma nessuno ti crederà.
E’ questo. E’ bello, e la bellezza serve sempre. Anche se la gloria tocca a chi vince.

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  1. dmitri

    Il legame che si crea, però, non dipende dai risultati, altrimenti non si spiegherebbe il legame con alcune Lazio e che siamo stati in piedi in cinquantamila ad applaudire una squadra sconfitta con l’Inter. Siamo una tifoseria realista, a differenza d’altri, teniamo in gran conto come si affronta la sconfitta, ché ci è familiare.

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  2. postpank

    certo, secondo me dipende dal grado di identificazione che si stablisce con la squadra, in genere fa più breccia un grande rendimento in una situazione di difficoltà, per questo noi laziali amiamo la squadra del -9, che è quella che poi, storicamente, ha ottenuto, pur avendo meriti importanti, il risultato più basso della storia del club: la salvezza agli spareggi dalla retrocessione in serie C. Un bel paradosso, no?

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  3. romolo giacani

    Ma se un bambino decide di diventare della Lazio ha già nel Dna una differenza con il resto del mondo. Non so, forse a Torino a tifare Toro o in qualche altra parte del mondo ci sarà un’analogia, che però non so se sia perfettamente assimilabile. In ogni caso noi siamo diversi, c’è poco da fare. E mo mi sa che ritiro su un vecchio post…

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  4. postpank

    Ogni squadra ha la sua specificità, il caso del Torino è unico, direi. Anche perché il Torino è stato LA squadra, in Italia: nessun quinquennio juventino potrà mai oscurarne il mito. E’ come se ci fosse un’oscura nemesi che gli è arrivata addosso per punirli di quell’eccessiva superiorità: sarete voi gli Inarrivabili, ma poi pagherete soffrendo sotto il tallone juventino per decenni. Una cosa tipo Robert Johnson per il blues.

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