Non ti pago

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Imperversa nei social il racconto delle peripezie di autori e traduttori che non riescono a riscuotere i propri crediti verso alcune case editrici, anche importanti, che hanno problemi di liquidità o stanno fallendo. Chi ha lavorato deve essere retribuito, sempre, comunque e ovunque. Ai lamenti dei professionisti della cultura che non riescono a portare a casa i propri compensi aggiungerei quelli degli stampatori. Più che altro per solidarietà di categoria, visto che nella vita mi è capitato di fare il presidente di una cooperativa che stampava libri, riviste, pubblicazioni varie e cataloghi pubblicitari.

Ho letto pareri secondo i quali gli stampatori avrebbero una posizione diversa, essendo aziende che si accollano il rischio d’impresa, mentre gli autori con quei soldi devono pagarci il pane, l’affitto e le bollette. Purtroppo gli stampatori non campano d’aria. Quanto al rischio d’impresa, e qui si torna concordi, è abitudine di molti editori (non solo di loro, ma qui parliamo di questo) di esternalizzare il rischio d’impresa e di finanziarsi con i crediti di lavoro.

Se la Cooperativa che dirigevo ha chiuso è colpa anche di quell’editore che prometteva di pagare in cinque rate mensili e versava la prima dopo cinque mesi e poi basta. O di quell’altro, grande e grosso, che oltre a sfornare enciclopedie ti faceva il bidone sul tascabile da edicola, pagandoti puntuale il primo, al 50% il secondo, a babbo morto il terzo, per niente il quarto e il quinto, solo che tu, andando dietro alla puntualità dei primi pagamenti, finisci esposto per decine di migliaia di euro, e cominci la danza dei piani di rientro: devo darti 50mila da un anno, ti pago un acconto da 5000 e dieci rate per il resto. Sospendi i decreti ingiuntivi, poi prendi la prima rata e ciao, sei daccapo ma sono passati altri mesi, hai pagato i fornitori e i dipendenti e hai finito i soldi.

Poi c’è quello che ritira il catalogo, se lo tiene, lo usa, paga la prima di quattro rate e si ferma lì. Al sollecito ti contesta la fornitura, t’ingarelli in una disputa estenuante che ha il pregio di allungare il brodo, perché questo vogliono: allungare il brodo. Cataloghi pagati con postdatati a un anno, gente che ti dice che quando riscuote ti paga. E tu che sei in fondo alla catena vai a picco, perché la carta la paghi in anticipo, gli inchiostri pure, e i macchinari se non paghi la rata te li portano via.

Vuoi il lavoro, accetti di praticare condizioni assurde, ribassi da fame, pagamenti dilazionati che non vengono rispettati. La banca ti chiede garanzie. Le chiede anche ai tuoi clienti, che pensano bene di finanziarsi alle tue spalle. Su cento clienti basta che tu ne imbrocchi dieci così e sei nella merda. Gli editori con cui ho lavorato io, pochi, locali e squattrinati, erano così all’80%: se ne salvavano un paio. E una tipografia che salta significa gente che va a casa, fornitori che non prendono soldi, lavoratori in mezzo alla strada.

La crisi nel settore va avanti da anni, alimentata da tanti Frankenstein che camminano seminando guai a non finire, non pagando conti su conti e continuando a lavorare a danno degli altri fino a quando la situazione non diventa insostenibile. Allora arrivano le fughe, le minacce e le paure. Le aziende che hanno il cammino segnato vanno messe in liquidazione subito. Chi non lo fa dovrebbe essere perseguito per i danni che fa, perché ordinare un lavoro sapendo di non poterlo pagare significa mettere a rischio l’attività degli altri. In un ecosistema a grave rischio d’estinzione come quello della stampa e dell’editoria si tratta di un delitto da pena capitale.

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