Contro la paura

Quando ero piccolo la paura era diversa. Cercavano d’inculcarcela, e ci riuscivano, mettendoci in guardia rispetto ai pericoli della strada. Ma era una paura buona, un surplus d’educazione, un tentativo di mettere in piedi un controllo in più sulle nostre azioni, perché eravamo continuamente esposti alla strada. Giocavamo per strada, andavamo a scuola da soli, ci mandavano a fare la spesa. Ogni giorno.

La città era diversa: c’erano poche macchine, tanti ragazzini, e un po’ tutti avevano responsabilità più grandi della loro età. Chiavi di casa, controllo sui fratelli più piccoli, codici di comportamento che imponevano regole rigide che non dovevano essere infrante. Se questo succedeva, c’era la certezza della “pena”.

Poi, qualcosa è cambiato. La città è cresciuta, i bambini sono tornati a casa e lì sono rimasti, uscendo per curare la fitta agenda di impegni che il benessere portava loro in dote: la piscina, la palestra, la scuola calcio, la danza classica. Fuori prendevano corpo pericoli meno astratti: il terrorismo e le stragi erano gelidi echi lontani, le lotte politiche arrivavano fino a sotto casa, il traffico era diventato esplosivo, era arrivata l’eroina. E a casa c’era la televisione, con la sua cascata di cartoni animati e di telefilm. Via dalla strada.

E la strada è diventata, così, pericolosa. Era raro uscire di sera, chi lo faceva, a cavallo tra ’70 e ’80, era in odore di trasgressione. Rimaneva un’idea di fondo di coprifuoco, i pub non esistevano, i concerti si contavano sulle dita di una mano. Per strada non c’era nessuno, polizia e carabinieri ti fermavano di continuo, volevano vedere se ti bucavi, non andavano per il sottile.

Ma la paura non c’era. O forse sì, la paura degli scippi, la paura degli stupri, quella dei topi d’appartamento. La “minaccia” rappresentata dai disallineati, gli zingari, non inquadrabili, i baraccati, i borgatari. La paura della disoccupazione, della mobilità sociale al ribasso, del balzo nel sottoproletariato in agguato: bastava ammalarsi, avere un incidente sul lavoro, perdere prematuramente un elemento della famiglia necessario al suo sostentamento.

Erano paure reali e concrete, ma condizionavano le persone fino a un certo punto. Si usciva di più, si mettevano insieme le risorse sufficienti a comprare una porta blindata o a mettere un antifurto alla macchina. C’erano anziani che si lamentavano, ma nessuno lucrava fortune sulle paure altrui.

Poi arrivarono i polacchi. Tutti lavavetri, pareva, all’inizio. Gentili, biondi, sorridenti, stettero ai semafori per un po’ e si ricollocarono in giro, chi a fare il manovale, chi l’infermiere, chi il facchino. Qui scattava una nuova fase: terminava la faticosa integrazione dei burini inurbati nell’ultimo dopoguerra, a caccia di lavoro nelle fabbriche del nord o nei cantieri romani, e nei portierati, nelle norcinerie, nei ristoranti, ovunque ci fosse da guadagnarsi il pane.

Gente del Sud, del Centro, delle campagne. Io ne sono un esempio, famiglia mezzo sicula e mezzo amatriciana. Abitavo in un condominio a maggioranza abruzzese, con spruzzate pugliesi, calabresi e marchigiane, napoletane, siciliane, sannite. Nessun romano. Così era, a Roma. E non era stato facile integrarsi, almeno a sentire i racconti della gente.

I romani non immigrati stavano in centro, che non era la zona di prestigio e di lusso che è ora, ma era una zona popolare. Gente umile ce n’era ovunque, a Via Arenula come a Via Giulia, a Monti come a Trastevere. L’arrivo degli stranieri riapriva la questione dell’integrazione, mentre non era ancora chiusa l’ondata precedente. La città cresceva troppo in fretta.  Il Muro era crollato. Ai polacchi seguirono gli albanesi e i rumeni, e la paura diventò argomento politico.

Paura chiama sicurezza. Chi offre sicurezza attrae chi ha paura. Ma se non c’è abbastanza domanda di sicurezza bisogna aumentarla facendo leva sulla paura. Così alla (normale) diffidenza per lo straniero si è unita la strategia della paura e della conseguente offerta di sicurezza. Di questo si è occupata la politica di centrodestra. Con la solita formula: soffiare sul fuoco del sospetto, additare l’inerte che non è spaventato dall’allarme come connivente o buonista, chiedere pene severe, misure dure, inflessibilità.

Vincere le elezioni per il partito della paura è stato facile, più volte. Soluzioni portate, zero: fossero matti! Senza paura, niente voti. Ci sono i clandestini da arrestare, quelli che ti portano via il lavoro che non hai e che fanno lavori che tu non vuoi fare, retribuiti con un tozzo di pane e quattro calci nel culo dalla malavita organizzata, perlomeno al sud. Quelli che diventano il 10% degli abitanti nei quartieri periferici, i più a buon mercato, ma non si riesce a censirli bene perché la gente spaventata gli affitta, comunque, le case, a cinque in una stanza, in nero, 200 sacchi per uno, se va bene. Con la paura si convive, se la paura ci arricchisce.

Ma la paura ha le sue parole d’ordine. Viene meno la solidarietà, di cui ci raccontano fosse fatto il dopoguerra affamato e frugale, pieno di cinghie tirate, di cambiali, di subaffitti e speranza. Spariti tutti i fascisti, i picchiatori, i borsari neri, gli sciacalli, non c’era più nessuno, tutta brava gente, tutti buoni, onesti e lavoratori. Quelli che si scagliano, oggi, contro i poveracci, rei di essere poveri, sono il segno che la cattiveria si era nascosta, come un fiume carsico, per tornare a sgorgare fuori, trovate le condizioni giuste.

La paura si alimenta di bugie: quelle che viaggiano sui meme di facebook, facile farne la raccolta. Immigrati clandestini sovvenzionati a decine di euro al giorno, forniti di casa e lavoro, soldi rubati agli italiani ed elargiti a clandestini, rifugiati catalogati come clandestini, equazione clandestini=terroristi, emergenza nomadi alimentata ad libitum per creare categorie-bersaglio.

A Tor Sapienza la sommossa per il centro di accoglienza per i rifugiati riecheggia le polemiche di sessant’anni fa sull’assegnazione ai nomadi delle case di Via Giorgio Morandi, che questi passarono a tanti cittadini onesti che pagarono loro la buonuscita e si fecero assegnare, più in là, alloggi dove non avevano diritto di stare.

Non è cambiato niente. Perché la nostra storia è così: sulle debolezze abbiamo sempre speculato, i borgatari e i balordi ci hanno sempre fatto comodo. Siamo come quelli che compravano a due soldi i sacchi del grano dati dall’ONU agli sfollati a Kabul. Lo sfollato non sarebbe mai arrivato a Kandahar, ma a noi che ce frega? Magnamose er grano. Homo homini lupus, come si dice? Qui e ovunque.

Così, la paura. Del diverso, dell’islamico, dello zingaro, della povertà, della malattia, del terrorismo, della morte, dell’amore. Una paura che accerchia, stringe d’assedio, impedisce di ragionare. Di dialogare col vicino, che ha più paura di noi, talmente tanta da aver sfidato il destino, rischiando una morte atroce, per arrivare da noi, dove non c’è la povertà che opprime. Ma c’è la paura. Chi avrebbe paura di un profugo braccato, di un bambino lacero e malato, di un fuggiasco denutrito e stremato? In condizioni normali, dico.

Noi, sì. A creare le condizioni un apparato di sciacalli e speculatori che da 25 anni appesta l’Italia, seminando un odio che prima o poi tracimerà. Si tratta delle stesse persone (basta leggere le cronache) che su questo odio prosperano, dunque non dategli retta.

Guardate chi ci guadagna, con gli scafisti, i centri d’accoglienza-lager, il caporalato, lo sfruttamento del lavoro nero, la manovalanza criminale: la malavita, i fascismi, la politica xenofoba. Quelli che hanno tutto l’interesse ad alimentare la paura, per offrire la propria sicurezza, che ci garantisce che certi problemi non saranno affrontati mai, perché è dalla permanenza di certe questioni sul tavolo che dipende la loro fortuna.

Perciò date retta al Papa (a proposito, quanti cattolici ci sono tra i “soldati” della paura?), se non a me che non conto niente. Non abbiate paura, interagite con i vostri vicini e con gli stranieri che aprono le botteghe. Continuate a stare attenti alla vostra roba e ai vostri figli come avete sempre fatto: le catenine e le radio in macchina ve le fregavano i tossici, nelle case si dividevano il lavoro i vecchi topi d’appartamento e gli zingari.

Non è cambiato niente. Il lavoro non c’è per nessuno, ma loro cercano un lavoro che noi non cerchiamo. Magari abbiamo meno spirito per fare di nuovo un dopoguerra affamato e frugale, pieno di cinghie tirate, di cambiali, di subaffitti e speranza (vedi sopra). E quindi per aprire noi i negozi che aprono i cinesi, per metterci in gioco e ritrovarci, meno passivi, disposti a fare una fila in segreteria per iscriverci all’Università senza farci scortare dalla mamma.

Se siete spaventati fermatevi, fate un respiro e guardate bene chi affama chi, chi sfrutta chi, chi scappa e chi insegue. Quelli che volete colare a picco sono spaventati come voi. E ciò che ci fa paura, a noi e a loro, è il nemico da combattere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...