Ceci n’est pas le black bloc

Cercare di sapere se qualcuno infiltra i black bloc è come cercare di sapere in che misura la pioggia infiltra un fiume, un lago o l’acqua del mare.

Claire Fontaine – Ceci n’est pas le black bloc
(2007 – traduzione mia)

(…) Potrei raccontarvi che lo Schwarze block (in Germania, ndt) è stato una forma di tattica, che è stato un mezzo per impedire ai poliziotti l’identificazione e l’isolamento degli autori di un gesto durante una sommossa.

Che vestirsi di nero voleva dire: siamo tutti camerati, siamo tutti solidali, siamo tutti simili, e questa uguaglianza ci libera dalla responsabilità di accettare una colpa che non meritiamo: la colpa di essere poveri in un paese capitalista, la colpa di essere antifascisti nella patria del nazismo, la colpa di essere libertari in un paese repressivo. Il che vuol dire: nessuno merita di essere punito per queste ragioni, e poiché ci attaccate siamo costretti a proteggerci con la violenza quando sfiliamo per la strada. Poiché la guerra, il capitalismo, il codice del lavoro, le prigioni, gli ospedali psichiatrici non sono violenti, ma noi che vogliamo vivere liberamente l’omosessualità, il rifiuto della famiglia, la vita collettiva e l’abolizione della proprietà privata, per voi siamo noi che siamo violenti. 

Allora se volete arrestarmi al posto del mio compagno perché portiamo gli stessi vestiti fatelo, l’accetto, non merito di essere punito, perché nemmeno lui lo merita… potrei continuare così, e lo stesso informarvi più precisamente, esagerando le storie delle manifestazioni, dei trionfi, date da ricordare, come la volta che una banda suonò intorno ai casseurs accompagnandoli per le vie deserte, o la volta che la polizia era scappata di corsa… potrei farlo per pagine e pagine, ma non è questo il punto in questione. Tutto questo non è il black bloc.

Domandiamoci piuttosto: cosa vuol dire che “questo è il black block”? Chi lo dice? (…)
Quello che descriviamo è come un blocco di uomini-formica, di uomini-scarafaggio, un blocco nero, nero come la terra perché è visto da lontano. Ma anche i carabinieri sono un blocco nero.(…)

Silenzi

Non ci sono parole “dall’interno” del black bloc, perché non ci sono né un dentro né un fuori. Il black bloc, quello che chiamiamo così, con queste due parole povere, non è costituito come sono i gruppi, i corpi, le istituzioni.
E’ un’aggregazione temporanea senza verità né parole d’ordine.
E’ anche quello che resta nelle mani del nostro malcontento, nello stadio della società in cui siamo, malgrado noi, pervenuti: l’impossibilità di sfilare insieme gridando frasi perché siano comprese, l’incapacità d’impegnarsi in azioni indirette e rappresentative, il bisogno urgente di scaricare un millesimo della crudeltà che lo Stato, il denaro e la pubblicità iniettano tutti i giorni nelle vene di tutti.

La categoria dei black bloc non descrive nessuno, oppure descrive, più precisamente, non importa chi in quanto tale. La natura di chi si ritrova in quello che si definisce un blocco nero è di non rivendicare niente per sé o per gli altri, di attraversare lo spazio pubblico per una volta senza subirlo, di scomparire in una massa finalmente riunita fuori dagli uffici o dalle fabbriche o dei trasporti collettivi all’ora di punta. L’ipocrisia di tutti fa sì che le parole black bloc descrivano un’entità precisa e organizzata – come Sony, Vivendi o Total Fina – e questa stessa ipocrisia chiama “crimini” i danni che il desiderio d’indistinzione volontaria lascia dietro di sé quando prende la forma di una manifestazione selvaggia.

In questa notte dove tutti i manifestanti sono neri non vale più la pena di porsi questioni manichee. Soprattutto dopo che sappiamo che la sola distinzione che conta non è più quella tra colpevoli e innocenti, ma quella tra vincitori e perdenti. La punizione cade sistematicamente su questi ultimi, non perché la meritino, ma perché bisogna continuare a reprimere. Cercare di sapere se qualcuno infiltra i black bloc è come cercare di sapere in che misura la pioggia infiltra un fiume, un lago o l’acqua del mare.

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