Teoria del Black Bloc: Sabotaggio Artistico

Il Sabotaggio Artistico tenta di essere erfettamente esemplare, ma allo stesso tempo di mantenere un elemento di opacità – non propaganda ma shock estetico – spaventosamente diretto ma anche sottilmente angolato-azione-come-metafora.

Il Sabotaggio Artistico è il lato oscuro del Terrorismo Poetico -creazione-attraverso-la-distruzione – ma non può seguire nessun partito ma non può servire alcun Partito, né alcun nichilismo e neppure l’arte stessa. Proprio come il bandire l’illusione aumenta la coscienza, così la demolizione del deterioramento estetico addolcisce l’aria del mondo del discorso, dell’Altro. Il Sabotaggio Artistico serve solo la coscienza, l’attenzione, la veglia.

Il S.A. va oltre la paranoia, oltre la decostruzione – la critica definitiva – attacco fisico contro arte offensiva – jihad estetica. La più piccola impurità di egoismo da due soldi o anche di gusto personale rovina la sua purezza e vizia la sua forza. S.A. non può mai cercare potere – solo rilasciarlo.

Opere individuali (anche le peggiori) sono largamente irrilevanti. Il S.A. tende a danneggiare istituzioni che usano l’arte per diminuire la coscienza e profittare della delusione. (…)MUZAK è prodotta per ipnotizzare e controllare – il suo macchinario può essere distrutto.
(…)
Se certe gallerie e musei si meritano un’occasionale mattonata nelle finestre – non distruzione, ma uno scossone alla compiacenza – che dire delle BANCHE? Le Gallerie trasformano la bellezza in una merce, ma le banche trasmutano l’Immaginazione in feci e debiti. Non guadagnerebbe una certa quantità di bellezza il Mondo per ogni banca che si riuscisse a far tremare… o cadere? Ma come? Il S.A. dovrebbe probabilmente stare alla larga dalla politica (è così noiosa) – ma non dalle banche.

Non fate picchettaggi – vandalizzate. Non protestate – imbrattate. Quando bruttura, povero design e stupido spreco vi vengono forzati contro, diventate Luddisti, gettate il vostro zoccolo nelle macchine, rappresaglia! Distruggere i simboli dell’Impero in nome di nient’altro che il desiderio di grazia del cuore.

(Hakim Bey, T.A.Z., Zone Temporaneamente Autonome, in origine CHAOS: The Broadsheets of Ontological Anarchism (1985))

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