Cosa celebriamo il 25 aprile

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dal mio carissimo amico Fabio Masci ricevo e pubblico.

In forma affermativa questa frase dovrebbe indicarci i valori fondanti della nostra repubblica, in chiave interrogativa e dubitativa – cosa festeggiamo il 25 aprile? Questa frase potrebbe darci il senso della storia patria.

L’intervista di oggi di Mattarella sulla repubblica

http://www.repubblica.it/politica/2015/04/24/news/mattarella_vi_racconto_il_mio_venticinque_aprile_non_abbassiamo_la_guardia_cosi_si_riafferma_la_democrazia_-11269875

si unisce ai diversi, innumerevoli, tentativi di normalizzazione che negli ultimi decenni (diciamo dalla fine del comunismo sovietico) hanno riguardato il 25 aprile. La versione di Mattarella, come quella di Napolitano prima di lui, tende a vedere nel 25 aprile la cristallizzazione dell’Italia come Stato di diritto e forma di liberaldemocrazia classica. Nel caso di Mattarella prevale una visione relativamente improntata ai valori del cattolicesimo, ma nella sostanza il 25 aprile viene visto come pietra angolare del moderno stato liberaldemocratico. Da questo angolo di prospettiva Mattarella, da ex giudice costituzionale rivendica il carattere antifascista della Resistenza e dello Stato su di essa fondato

Che cosa legge nella data del 25 aprile, settant’anni dopo la Liberazione?

[…]

Non c’è più, fortunatamente, la necessità di riconquistare i valori di libertà, di democrazia, di giustizia sociale, di pace che animarono, nel suo complesso, la Resistenza. Oggi c’è la necessità di difendere quei valori, come è stato fatto contro l’assalto del terrorismo, come vien fatto e va fatto sempre di più contro quello della mafia….[…]

Più in là Mattarella, come prima di lui Napolitano non solo non si spinge, ma non vuole proprio che si vada. Proviamo a formulare la frase in chiave dubitativa e chiediamoci se nel celebrare la Resistenza e il 25 aprile non celebriamo, per caso, anche un preciso carattere sociale dell’antifascismo, o almeno una profonda aspirazione di una parte di quel movimento di liberazione nazionale da cui il 25 aprile promana. Così facendo cozziamo immediatamente contro questa, ormai istituzionalizzata, visione dell’antifascismo per cui non c’era altro nella Resistenza che un’aspirazione ad un ripristino di uno Stato di diritto e di una democrazia compiuta dal punto di vista formale e sostanziale. A domanda infatti Mattarella risponde:

Cosa pensa della polemica dei decenni passati sulla “Resistenza tradita”, che ancora riemerge?

“Le risponderò con una citazione del presidente Napolitano. Parlando a Genova il 25 aprile del 2008, disse con estrema chiarezza: “Vorrei dire che in realtà c’è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta “Resistenza tradita”, che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell’ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall’impulso della Resistenza”. Condivido dalla prima all’ultima parola”.

 

E qui assistiamo ad una pericolosa, per quanto auspicabilmente inconsapevole, opera di doppia revisione storica. Intanto si assume che il 25 aprile sia stato nella sostanza un movimento di liberazione nazionale ispirato a valori borghesi, ossia di tutela della democrazia formale e riconquista delle libertà civili. E’ stato sicuramente anche questo. Ma ovviamente non solo. La lettura più adeguata del 25 aprile la possiamo cogliere nell’appello che Sandro Pertini rivolse la mattina del 25 aprile 1945, nei suoi termini, nella sua sintassi e nel suo senso.

Pertini chiama i cittadini ed i lavoratori allo sciopero generale per difendere le case, le famiglie , le fabbriche, considera i fascisti e i tedeschi come nemici da porre di fronte alla scelta: arrendersi o morire. In sostanza l’appello di Pertini denota il 25 aprile come una guerra di liberazione nazionale, certo, ma anche come una guerra civile ed una lotta sociale, una guerra di classe che individua nei fascisti e nei tedeschi un nemico da tutti punti di vista. Dispiace dirlo quindi ma le parole di Napolitano e quelle conseguenti di Mattarella sono una semplificazione eccessiva del senso del 25 aprile. Se per tanto tempo, ed a più riprese, gli ideali della resistenza si avvertirono, da una grande parte del popolo italiano, come traditi i motivi stavano proprio in quelle due matrici, quella sociale e quella civile, troppo frettolosamente minimizzate da Napolitano e, per converso, da Mattarella. Ho detto doppia revisione, perché, nei fatti collegare in senso logico gli “istinti pseudo rivoluzionari di rifiuto dell’ordine democratico” con un “mito privo di fondamento” e cioè quello della Resistenza tradita, significa ignorare quel filone di giustizia sociale e di radicale cambiamento civile che dopo la Liberazione rimase in grandissima parte inascoltata (della qual cosa il buon Togliatti è solidalmente responsabile con molti altri). Mattarella si prolunga poi nella intervista a puntellare le sue argomentazioni, affermando i grandi progressi sociali e civili della nazione – pur ammettendo che in buona sostanza il Meridione d’Italia sta più o meno come nel dopo guerra, se non peggio. Elude però la considerazione di fondo che tutti oggi abbiamo a portata di vista e di portafoglio. Da un lato quel miglioramento viene rimesso oggi fortemente in discussione a livello generale e diffuso; dall’altro si tende ad ingessare definitivamente le istituzioni italiane nello status quo sociale dato, quasi come se “più di così, non si può fare”. E’ evidente infatti che tutto il riformismo renziano si inquadra nelle necessità di ammodernare lo Stato e la società italiana in un senso fortemente anglosassone ovvero liberaldemocratico, ovvero liberista. Ed è singolare che, sia pure con relativi distinguo, si tenda nella intervista ad assimilare il terrorismo rosso degli anni ’70 col terrorismo islamico proprio sotto il monocolo del pericolo per la democrazia formale.

Così come è singolare che la retorica della Resistenza, che pure ci fu e fu a tratti odiosa, venga ora sostituita da una retorica della democrazia o meglio dell’esoscheletro di questa.

Con tutto il rispetto per Mattarella e Napolitano, dunque la frase che cosa celebriamo il 25 aprile va seguita da un interrogativo e trasformata in domanda: che cosa celebriamo il 25 aprile?

La risposta non può che riandare a Sandro Pertini al suo appello del 25 aprile 1945.

Celebriamo, il 25 aprile, il valore fondante della nostra Repubblica e della nostra Costituzione: l’antifascismo inteso come richiesta e perseguimento di uno Stato democratico e di una giustizia sociale irrinunciabile. Ora come allora: Resistenza. Ora e sempre Sandro Pertini.

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