Voja de lavorà saltami addosso

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– Te butti giù così? Cercate un lavoro…
– Ma a che fà? Er sangue mio nun se lo beve nessuno! Er lavoro? Le bestie lavorano!
(Accattone, PPP)

La polemica Manpower-Expo-Corriere a proposito della poca voglia di lavorare dei giovani è basata sul niente, ma rende l’idea del punto in cui siamo arrivati.Che in italia la disoccupazione giovanile sia un problema enorme è un fatto più scandito a mò di slogan che analizzato in profondità. Il ruolo giocato dalle agenzie interinali nella marginalizzazione dei lavoratori giovani è di primissimo piano. L’assurda pretesa di far lavorare gratis tutti quelli che si occupano di web e comunicazione, o quasi, chiude il cerchio.

Ma, al di là delle superficiali analisi sulla contingenza, basta appellarsi al buon senso per concludere che:

– accettare un lavoro a Milano, per un non residente, implica trovare una soluzione al problema dell’alloggio, che si dice caro e di difficile reperimento, ancor più in zona prossima all’Expo. Un salario presunto di 1300 euro al mese non è compatibile con il trasferimento in una città come Milano, se si deve far fronte a spese di viaggio, vitto e alloggio, o lo è a condizione di particolari attenzioni, per mettere in piedi le quali c’è bisogno di tempo. In ogni caso, il disoccupato che aderisse si troverebbe a dover far fronte a una serie di spese iniziali piuttosto impegnative;

– la durata limitata dell’evento esclude chi è attualmente occupato altrove con un minimo di prospettiva di continuità;

– la mancanza di chiarezza e di preavviso è un fattore determinante per chi lavora e teme di rimanere a spasso per aver dato retta a una facile illusione;

– certe esperienze fanno curriculum, ma quanto può pesare il curriculum in un contesto in cui ci sono 25.000 candidati? Può mai essere considerata “retribuzione” per un lavoro la semplice possibilità di menzionare nel CV uno stage in cui si presta attività lavorativa organizzata, in orario con vincolo di subordine eccetera, senza retribuzione o a fronte di una retribuzione simbolica?

Se è sufficiente, facendo semplice esercizio di buon senso, mettere insieme una serie di motivi abbastanza seri da giustificare il rifiuto di una proposta di lavoro, non si capisce dove sia lo scandalo, nel momento in cui Manpower e colleghi assicurano di aver coperto tutto il fabbisogno di lavoratori.

Ai dolorosi rifiuti saranno seguite entusiaste accettazioni, magari da parte di persone residenti in zona o in possesso di un adeguato punto d’appoggio. Il che mi pare perfettamente normale in un luogo collettivo virtuale in cui s’incontrano la domanda e l’offerta.

Sembra, insomma, la sparata di un trombone contro i giovani. Una cosa tipo ai miei tempi queste cose non succedevano. Certo che no: prima si passava dal collocamento e la flessibilità era di là da venire. Ma in questo caso la flessibilità c’entra poco: ai ragazzi servivano più che altro risorse. In mancanza, molti si sono sentiti costretti a rinunciare. Esercitando un loro diritto, e sulla loro pelle.

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