Un popolo di santi, poeti, navigatori. E torturatori

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La Corte di Strasburgo ha stabilito, dopo quasi 14 anni di attesa, che le violenze compiute dalle forze dell’ordine ai danni degli ospiti della Scuola Diaz, l’ultima notte del G8 di Genova del 2001, sono classificabili come TORTURA. Viene messo in evidenza che ci fu copertura da parte delle istituzioni al fine di proteggere i colpevoli, e viene messa a nudo la grave carenza normativa, con la mancata previsione del reato specifico di tortura.

Parole dure come manganellate, perché è chiaro che le violenze di quei giorni sono un boomerang che si ritorce contro il nostro Paese e la sua tradizione di santi, poeti e navigatori. E brava gente. Luoghi comuni dietro ai quali si è nascosto uno Stato violento e ciecamente vendicativo, al punto di mettere in scena la mattanza di quei giorni come reazione agli atti vandalici dei Black Bloc, che portarono devastazione e disordine nella stessa circostanza. Così, chi fu espropriato del diritto di manifestare civilmente da un gruppo di oscuri facinorosi, ne pagò poi le conseguenze in termini di tortura. I più sfortunati, oltre a subire ferite fisiche e morali irrimarginabili, hanno poi dovuto difendersi dalle accuse mossegli nel quadro di questa colossale e vergognosa ingiustizia, per la quale nessuno ha pagato e nessuno potrà mai essere risarcito, meno che mai il buon nome dello Stato.

Che si trova marchiato indelebilmente di una responsabilità enorme. E’ giusto evitare la criminalizzazione delle forze di polizia: pochi parteciparono, pochi seppero, pochi ebbero gli strumenti per opporsi o dissociarsi. Proprio per questo stupisce il comportamento delle istituzioni nella vicenda, improntato, nella migliore delle ipotesi, alla non collaborazione. Perché fare resistenza a una Legge che istituisca e punisca severamente il reato di tortura? I fatti dimostrano che non è inattuale, anzi, è urgente al limite dell’emergenza. Perché le forze dell’ordine non hanno isolato i colpevoli delle torture di Genova, ma, anzi, hanno badato a coprirli, o comunque a far sì che le eventuali conseguenze delle inchieste fossero lievi, se non nulle?

Mentre mi pongo queste domande penso alle vittime, segnate a vita fisicamente e psicologicamente. A loro va la mia solidarietà, per quello che vale. E a Enrico Zucca, magistrato che tentò in tutte le maniere di far emergere la verità, il mio ringraziamento.

Sull’argomento:
Le ferite di Genova (Internazionale)

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