Laziali e romanisti, la storia infinita

ROMA  LAZIO

Il calcio romano, su scala nazionale, è storicamente di alto, ma non altissimo livello. Juventus, Inter e Milan hanno sempre comandato, ci sono stati periodi di grande fasto per Genoa, Pro Vercelli, Bologna e Torino, ma il dominio di una delle due squadre romane non c’è mai stato, se non per periodi brevi: la Roma ha vinto tre scudetti, la Lazio due. Entrambe hanno vinto una buona quantità di coppe , la Lazio compensa con quelle internazionali, che mancano alla Roma, il piccolo ritardo nell’albo d’oro di quelle nazionali. Le due tifoserie si confrontano in un conflitto perenne, che negli anni è cresciuto, assumendo toni da scontro di visioni del mondo contrapposte. Ciascuno sostiene le proprie ragioni: la Lazio è la squadra più antica, può vantare un suo Mito della Fondazione, è stata pioniera e custode dei valori dello sport italiano. La Roma è nata con il progetto fascista di creazione di un campionato a girone unico, insieme a Napoli, Fiorentina e Bari, partendo da una fusione di squadre cittadine che avrebbe dovuto comprendere anche la Lazio. La quale rifiutò, accettandone sul campo le conseguenze, in un primo decennio del confronto dominato dai giallorossi, arrivati a vincere il primo scudetto in piena guerra.

Da allora la staffetta per la supremazia cittadina si è alternata, con alti e bassi delle due rivali. Più numerosi, all’inizio, i bassi: la prima retrocessione cittadina, toccata alla Roma (50/51, capitano Maestrelli, che vincerà da allenatore lo scudetto con la Lazio), la prima Coppa Italia, toccata alla Lazio (1958), gli anni ’50 complessivamente appannaggio dei biancocelesti, dopo un anteguerra principalmente romanista, ancorché segnato dal mito di Silvio Piola. Gli anni ’60 con la Roma stabilmente davanti e la Lazio che fa sali e scendi dalla B, segnati però dalla colletta del Sistina che testimoniava le difficoltà economiche in cui versavano i giallorossi. Negli anni ’70 arriva lo scudetto della Lazio, negli ’80 Dino Viola costruisce una Roma stabile nei quartieri alti e ancora scudettata, con la Lazio che rischia il tracollo per le note vicende legate al calcioscommesse, sprofondando in un lungo incubo che la porta a sfiorare il fallimento e la retrocessione in serie C.

Gli anni ’90 sono quelli in cui Cragnotti regala alla Lazio il sogno della grandezza: quotazione in borsa e scorpacciata di trofei, cui replica la Roma di Sensi, all’alba del terzo millennio. Il resto è storia recente: l’arrivo di Lotito, il curioso dualismo degli ultimi anni che vede una Roma stabile nei quartieri alti della classifica, ma sempre digiuna di vittorie, e una Lazio più modesta che riesce a cogliere le sue soddisfazioni, anche a scapito dei dirimpettai, nell’epico derby del 26 maggio 2013, quando le due rivali si contendono la Coppa Italia, che i laziali si aggiudicano con un gol del bosniaco Lulic. Una partita su cui un giornalista della vecchia guardia, Franco Recanatesi, ha addirittura scritto un libro.

L’oggettività del campo è spesso stravolta dagli umori cittadini, che hanno un tracciato preciso, negli ultimi anni, scandito dall’alternarsi delle stagioni: l’estate è giallorossa, con i colpi di mercato di Sabatini e la proverbiale parsimonia di Lotito.

L’autunno è il tempo dei dubbi biancocelesti, con la tifoseria che soffre gli entusiasmi dei rivali e si macera nel dubbio: come resistere a un trionfo giallorosso? Come sopportare l’assordante canea dei festeggiamenti fino a notte alta, gli sfottò che si susseguono pianerottolo per pianerottolo, balcone per balcone,
famiglia per famiglia? In inverno la vena giallorossa comincia a inaridirsi, la primavera vede il tramonto delle speranze dell’uno e la fioritura dei sorrisi dell’altro. Le parti sono invertite, quando prevale la Lazio, al netto dei caratteri tipici della tifoseria.

Si dice che ci sia una differenza antropologica tra laziali e romanisti. Il che non può essere vero fino in fondo, visto che si tratta di gente che vive sotto lo stesso cielo, spesso addirittura sotto lo stesso tetto. Però è vero che esiste un conformismo biancoceleste e un equivalente giallorosso che vuole i laziali più prudenti e fatalisti, i romanisti più caciaroni e portati all’ottimismo smodato. E a questo modo di essere ci si può adattare, quando non scegliere l’appartenenza all’una o all’altra sponda proprio in virtù delle differenze caratteriali.

La voglia di grandezza dei romanisti, spesso frustrata dagli eventi, porta a un recente meccanismo di rimozione. I giallorossi tendono a rimuovere certe sconfitte: passi per lo scudetto quasi vinto sfumato in casa col Lecce retrocesso (Roma e Juventus erano alla pari in classifica, ma i giallorossi venivano da una spettacolare rimonta che li faceva indicare come favoriti naturali per la conquista della vittoria finale), in un pomeriggio canicolare al limite dell’irreale, ma la sconfitta ai rigori nella finale di Coppa dei Campioni (l’odierna Champions League) disputata a Roma e persa contro il grandissimo Liverpool, dopo un match giocato per 120 minuti alla pari, dovrebbe essere un ricordo che rende comunque orgogliosi.

E’ l’incubo della sconfitta che nega una grandezza rivendicata a gran voce, che tarda a trovare riscontri sul campo, probabilmente proprio per questa urgenza inconfessata, questo desiderio di conferma che non trova mai soddisfazione sul campo. Da qui al complotto il passo è breve, e maramaldo il tifoso laziale infierisce, spargendo sale sulle ferite, dimenticando il tempo in cui si sentì a propria volta vittima di un destino più baro che cinico, con lo scudetto lasciato al Franchi di Firenze, legato a un rigore su Salas fatto da Mirri e negato da Treossi.

Non che quello fosse l’equivalente laziale del famigerato Gol di Turone, simbolo di tutti i complotti prima del Ti Amo Campionato di Elio. I laziali hanno sempre rivendicato con misura le proprie ragioni, in ossequio alla loro tradizionale vena silenziosa.

Le due tifoserie ultras allo stadio marciano da anni verso una rivalità a specchio, che parte dalla condivisione di valori non sempre edificanti. L’episodio più importante è quello del derby sospeso per la presunta morte di un bambino nel quadro degli incidenti nel prepartita con le forze dell’ordine.

Il punto più basso nella storia della contrapposizione tra le tifoserie è, invece, il caso Paparelli, che vide l’uccisione del mite tifoso laziale che siedeva accanto alla moglie in curva nord, colpito alla testa da un razzo lanciato dal settore opposto, per mano di Giovanni Fiorillo, detto Tzigano, diciottenne tifoso della Roma poi mancato a sua volta per una grave malattia. Un episodio che ogni tanto riemerge, per la crudeltà delle scritte e dei cori che rievocano il fatto e ne auspicano la ripetizione, nella tipica modalità ultras dell’insulto spinto alle estreme conseguenze.

Fuori dalle logiche ultras, invece, la rivalità è vissuta visceralmente dai tifosi, che si prendono continuamente in giro, fino a sfiorare la rissa verbale. Uno scontro che si consuma quotidianamente su facebook, dove lo sfottimento viaggia a velocità supersonica, nella direzione in cui lo mandano i risultati.

Negli ultimi tempi i laziali adorano appassionarsi alle vicende giallorosse, viste le delusioni subite da Garcia e compagni, mentre i giallorossi tendono più alla rimozione dei cugini, forse preoccupati da una forte crescita della squadra biancoceleste nei primi mesi del 2015.

Una rimozione che passa anche per le dichiarazioni dei protagonisti: è di oggi la battuta di Miralem Pjanic, giovane talento giallorosso, che sostiene la Lazio non esista, in una città in cui 8 tifosi su 10 sono per la Roma. Una dichiarazione forte, in parte riscontrabile nella realtà, visto che i romanisti sono più numerosi. Ma i dati della Lega parlano chiaro: nel 2013/2014, stagione che ha visto in campo la Roma battersi per lo scudetto giocando un calcio stellare e la Lazio arrancare a metà classifica giocando un calcio pietoso, vedono una media spettatori non troppo distante: ai 42.956 spettatori medi della Roma rispondono i 31.695 spettatori medi della Lazio (il 73,78%).

Segno che la differenza è meno di quanto non si dica, oppure che i tifosi della Lazio seguono più da vicino le sorti della squadra. Il che trova conferma nel luogo comune che vuole sia la Roma  la squadra “di moda” nella Capitale, il che le attribuirebbe un seguito non proprio addentro alle cose calcistiche. Una moda che coinvolgerebbe le redazioni dei giornali e gli scranni della politica, ma questo è un altro discorso, da affrontare in un altro post.

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