Pietro Mennea, la Freccia del Sud

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La fiction su Pietro ha tenuto banco, negli ultimi giorni. Un lavoro difficile da realizzare, con l’inevitabile cozzo tra le immagini vere e quelle recitate: non si finge di essere l’uomo più veloce del mondo. Gli espedienti adottati da Ricky Tognazzi (l’idea di passare le immagini vere attraverso la televisione del salotto di casa Mennea) e la bravura di Riondino hanno tenuto in piedi la baracca, ma a gioco lungo le critiche hanno prevalso.

Questo non toglie che in molti abbiano seguito con partecipazione la fiction e si siano commossi al ricordo del grande campione. Immagini che ci ricordano l’adolescenza: Mennea era un idolo vero, uno che ti attaccavi sul diario a scuola, era il poster che tenevi in camera. Una presenza che aleggiava, tu sapevi che c’era e al momento opportuno emergeva, nel gracchio mattutino di un giornale radio, nella diretta in bianco e nero di una serata d’atletica, nell’avvenimento seguito in pompa magna di un’Olimpiade, di un Europeo, di una Coppa Europa. Più tardi, di un Mondiale.

Quando si parla di Pietro Paolo Mennea si può attingere al luogo comune a piene mani: la sua storia parla da sola. Il ragazzo del sud povero e disastrato che sopperisce a un modesto talento con la feroce applicazione, maniacale e monacale, unito al suo tecnico da un rapporto simbiotico, paguro e conchiglia, non senza conflittualità, com’è giusto che sia in un legame di sangue.

Polemico nelle torrenziali interviste-sfogo che seguivano all’epilogo, spesso trionfale, dei grandi eventi, con quella voce leggermente stridula e quell’affastellarsi di argomenti, strali, sfoghi e oscuri presagi, rimasticamenti di malumori passati e previsioni di future incazzature. Pietro non era un personaggio facile, da campione, per quanto lo si racconti come mite e affabile nell’incontro fuori dal contesto sportivo.

Il limite del lavoro di Tognazzi, il cui sforzo va comunque apprezzato, sta proprio nel descrivere un Mennea oltre la pista che, probabilmente, non era così. Troppo spazio alla vita sentimentale di un uomo assai riservato e poco incline alle concessioni riguardo alla vita privata.

Aneddoti lo raccontano anche giocoso e sorridente, ma secondo me a una fidanzata che gli si parasse davanti a qualche ora da una finale avrebbe anche potuto mollare un destro… Mennea era Mennea, feroce soprattutto con sé stesso, inflessibile, dotato di grande senso etico e pronto a combattere sempre. Ma anche curioso e aperto, esagerato nello studio e nel lavoro quotidiano come sul campo d’allenamento.

Il merito della fiction, al di là della soffusa e caramellosa narrazione agiografica, sta nell’aver riportato all’attenzione un uomo-esempio per tutti, portatore di valori. L’integrità, soprattutto. La fede nel lavoro e la capacità di perseguire un obiettivo fino a raggiungerlo, lottando contro le avversità ma anche, e soprattutto, col tumulto interiore, principale avversario di Pietro: battuto, con cocente delusione, a Montreal nei giochi del ’76, e finalmente vincitore, dopo l’indimenticabile rimonta d’oro su Allan Wells a Mosca.

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