La nazionale di calcio

Italia82

C’era una volta la Nazionale di calcio. Una squadra ideale, quasi perfetta, che si radunava una volta ogni tanto, era seguita religiosamente da tutti i calciofili e, ogni quattro anni, anche  da quelli che non sapevano niente di pallone, perché i mondiali erano un rito collettivo celebrato con tutti i crismi: frittatona di cipolle, birra ghiacciata e rutto libero, ma anche tavola conviviale, domestica e non, e persino, in caso di fuso orario sfavorevole, facendo le ore piccole.

C’erano degli elementi riconoscibili nella Nazionale, fino a qualche anno fa (diciamo una quindicina): giocava un gruppo limitato di calciatori, diciamo 20/25, che orbitavano nel giro, con un basso turnover. I titolari erano fissi, altri subentravano alla bisogna, altri ancora trovavano spazio nelle occasioni sperimentali.

Oggi non è più così, in Nazionale vanno decine e decine di giocatori e si perde un po’ il senso della selezione che c’era ai tempi di Gigi Riva, quando la convocazione in azzurro era il coronamento di una carriera.

Il calcio è cambiato, perciò è cambiata anche la Nazionale. Stadi vuoti, seguito televisivo in ribasso, squadra che gioca così così, figuracce ai mondiali. Soprattutto, la Nazionale ha smesso di essere la squadra di tutti. I tifosi preferiscono la propria squadra del cuore, gli altri non si ritrovano, perché ai mondiali facevano affidamento su un amico o su un parente che ci capiva qualcosa e che adesso tifa per i propri beniamini stranieri, anche quando giocano contro i nostri.

Così le Nazionali che avevano colpito l’immaginario collettivo sono un lontano ricordo: tralasciando la titolatissima antichità, con i due mondiali vinti prima dell’ultima guerra, gli eroi di Messico ’70 e quelli di Spagna ’82 hanno segnato la storia recente d’Italia, tanto furono popolari, conosciuti e amati: Riva, Rivera e Mazzola in Messico, Zoff, Rossi e Bearzot in Spagna.

La festa seguita al trionfo spagnolo rimane senza eguali.  Meno amata, invece, fu la squadra di Sacchi e Roberto Baggio che perse ai rigori, nel ’94, la finale di un mondiale brutto, che non riaccese i sogni infranti quattro anni prima a Italia ’90, con Maradona che, alla guida della sua Argentina, ci sbarrò la strada verso una finale che potevamo vincere, per il fattore campo e per la pochezza degli avversari.

Il mondiale italiano fu l’ultimo momento di unità e di grande passione collettiva. L’antipatia sacchiana raffreddava gli entusiasmi, anche perché quella squadra non giocava bene, non era leggibile e chiara come quelle, inarrivabili, che Bearzot aveva messo in campo nel ’78 e nell’82.

Mancava un ingrediente fondamentale per il fomento degli acalcistici: la generosità, la capacità di proiettarsi all’attacco e di prendersi la vittoria col talento e con la forza. L’Italia che seguì al ’94, quella di Maldini, sapeva di restaurazione, e infatti perse dalla Francia che andava a vincere il mondiale ’98.

Quella del 2002 segnò l’avvento del tottismo, dopo l’illusorio buon europeo del 2000. Trapattoni credeva più nell’acqua santa che nell’organizzazione di gioco, e la coppia formata dal Pupone e da Vieri, fortissima sulla carta, mostrò sul campo tutti i propri limiti caratteriali.

Poi il 2006, col trionfo di Berlino costruito sull’asse Buffon-Cannavaro-Pirlo, col demiurgo Lippi che isolò la squadra dai miasmi di calciopoli e la condusse a una vittoria inattesa e insperata. In Germania l’Italia tornò a essere leggibile per i tifosi: una squadra che si difendeva strenuamente, contrattaccando quando possibile, e sembrava invulnerabile ai colpi degli avversari, con un supereroe in difesa, Fabio Cannavaro, che si guadagnò addirittura il pallone d’oro. L’entusiasmo fu grande, ma i tifosi erano divisi, meno propensi a unirsi nel nome dell’azzurro, sempre più inclini ad anteporre la squadra di club alla Nazionale.

I disastri del 2010 e del 2014 hanno definitivamente fatto uscire dai radar gli azzurri, che viaggiano, oggi, su livelli di gioco e di richiamo modesti. Ai minimi storici. Un disamore che sembra solo nostro, perché pubblico e calciatori nei paesi calcisticamente più evoluti restano legati alla Nazionale.

Basterà, forse, che si ripeta la magia durante un mondiale: una vittoria insperata, una squadra in grado di competere e di accendere la passione nei tanti tifosi occasionali, che aspettano i mondiali per divertirsi. Per molti, intanto, l’orgoglio azzurro si è spostato sul rugby: ma la squadra non è all’altezza delle migliori e il movimento è povero, periferico, secondario rispetto al pallone. Urge, perciò, il ritorno di una grande Nazionale di calcio.
E, visto quello che passa il convento, converrà armarsi di pazienza.

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