Mani sporche

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Ormai basta una serie TV a farci dissotterrare l’ascia di guerra: rimettiamo l’orologio indietro di 23 anni, Emilio Fede ancora in sella, Paolo Brosio non fulminato sulla strada di Medjugorje, il tram che passa e spassa, Gad Lerner fresco come una rosa, Di Pietro con l’aureola intatta. Un Paese fiero della propria integrità che tira le monetine al Mariuolo che intrallazza con l’altro mariuolo.

Voglia di sangue, suicidi salutati con ovazioni, gente che gira col pigiama in borsa temendo le manette da un momento all’altro, lo Scudo Crociato che si sbriciola sotto la grandine degli avvisi di garanzia, il potere attonito alla sbarra, brutto e vecchio come la bava secca sulle labbra dello sfinito Arnaldo Forlani.

In questi 23 anni, però, che passi avanti abbiamo fatto, oltre a seppellire il Pentapartito e a sostituirlo  con un’alternanza tra la destra cialtrona dei nani e delle ballerine e la sinistra salottiera e inconcludente che si chiacchiera addosso?

Non c’è giorno che non esca fuori un politico corrotto. Tutti sembrano immersi in questo brodo maleodorante, che offre nuove combinazioni che al tempo ci sarebbero parse strane: gente di sinistra che finanzia gente di destra, Nar e BR che camminano a braccetto, mazzette che fanno bandire appalti su commissione (una volta almeno servivano per vincerli) e tanta altra fanga quotidiana, che si accompagna allo scadimento più sordido della politica.

Noi ci spariamo nelle chiappe l’uno con l’altro: che schifo di Paese, che vergogna, e non funziona niente, e tutti all’estero, e la Casta, e via a sgranare il rosario dell’autodenigrazione. Abbiamo ragione, ma non penso che i politici siano alieni scesi dall’UFO, o arrivati da oltremare. Dovremmo guardarci dentro noi, per trovare la risposta alla domanda: come mai un Paese che (a parole) voleva cacciare a forconate politici ladri e corrotti, senza onore né rispetto, si ritrova, cacciati quei politici, a fare i conti con gli stessi problemi, in un quadro generale pesantemente deteriorato?

La levatura dei politici è peggiorata in modo esponenziale, da allora. Ma è lo specchio del Paese, del linguaggio che si parla, del modo di comportarsi, del (non) confronto civile.
In Italia si sono appiattite le differenze, dopo tangentopoli.

E’ sparita la sinistra, trasformata in un mucchione che di socialdemocratico ormai ha ben poco, e di scudo crociato molto. La destra è diventata una palude dove il giustizialismo e l’ostentato amor di dio, patria e famiglia hanno lasciato il passo alla xenofobia e al saccheggio della cosa pubblica.

L’estemporaneo amore per la magistratura ha lasciato spazio al tutti contro tutti e al trionfo del qualunquismo, che non ha tardato a materializzarsi in una rappresentanza politica da raccapriccio.
Il sindacato s’è rintanato in una guerra di retrovia, concentrandosi sulle poche tessere rimaste, a scapito dell’interesse per il bene del Paese, oltre che dei lavoratori, forse già poco da prima.

Un quadro desolante, ma dipende da noi, perché il Paese siamo noi, siamo noi che votiamo compatti per Silvio e poi per Renzi, siamo noi che oppure non votiamo, siamo noi che non sappiamo né cosa chiedere né a chi chiederlo. Siamo noi che abbiamo pensato fosse meglio uno strillo davanti a una telecamera o su un social network che una lotta vera, una domanda chiara e netta di politica sana e orientata al bene del Paese.

Alimentiamo noi il pessimismo solido, che si taglia col coltello, sulle sorti dell’Italia e sulla soluzione della crisi. Facciamo noi l’economia del mordi qua e fuggi via, costruiamo noi il pensiero che evita le tasse e chiede servizi pubblici che esistano e funzionino come nei posti dove le tasse le pagano tutti, giudichiamo noi ladro chi fruisce delle giuste tutele di un welfare per il quale molti, a differenza della maggior parte di noi, si sono battuti con coraggio e spirito di sacrificio.

I politici corrotti e i loro corruttori siamo noi, coinvolti, collusi, inerti, acquiescenti, omertosi, complici. Non c’è da dire una parola, solo muovere un passo e sporcarsi le mani, insorgere di fronte al malaffare, battersi per i propri diritti, scendere in piazza se il potere perseguita un Poeta come Erri De Luca. Indignarsi davvero.

Finché restiamo affondati in questa melma immota, possiamo solo osservare i caimani scivolare silenziosi sull’acqua, divorando ciascuno la sua preda. Ma noi, al massimo, siamo rane e rospi che sguazzano nello stesso stagno. In attesa del bacio di una escort che ci trasformi, per colmo di fortuna, in un principe della casta. Non proprio azzurro… oppure sì.

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