Sconosciuti (la loro personale ricerca della felicità)

Aurelio e Ermelinda s’incontrano in circostanze inconsuete: lei lavora al Banco di San Cataldo e fa la cassiera. Lui si presenta allo sportello con in testa un passamontagna e una pistola spianata, in un giorno d’estate talmente caldo che le cicale non ce la fanno a cantare.

Mentre Ermelinda riempie di pezzi da centomila lire la borsa che Aurelio le porge, i due si guardano per un attimo, interrotto dall’incepparsi della chiusura lampo. Aurelio afferra la borsa e fugge, maledicendo Cono, suo complice, nonché cugino, per la mania di comprare ‘ste borse da pezzenti al mercato. Addas, recita la scritta bianca sulla fintapelle nera.

ADDASoffrì, pensa Aurelio, mentre Cono schizza veloce sulla Provinciale per Santa Miseria, a 140 sulla 127 special verde bottiglia fregata con destrezza la notte prima, in una via secondaria di Stagnarello Scalo. E scala, violento, sul tornante che introduce a Santa Miseria, poi sente il motore accasciarsi e vede il quadro accendersi come un albero di natale.

“Eccheccazz”, grida Aurelio, “proprio adesso dovevamo fondere? Non potevi rubà una macchina un po’ più nuova?” I due scendono e corrono come pazzi nella campagna mentre la sirena dei carabinieri si fa sempre più vicina.

Aurelio e Ermelinda si vedono per la seconda volta in tribunale, dove la ragazza testimonia al processo per la rapina. I loro sguardi s’incontrano di nuovo: Aurelio alza le sopracciglia, ammiccando, come per chiedere un minimo di clemenza. Ermelinda abbassa gli occhi, quasi voglia scusarsi della testimonianza.

I due giovani si perdono poi di vista per qualche anno. Lui è un detenuto modello. Divide la cella con Cono e impara a fare il tornitore. Lei fa carriera, e il Banco di San Cataldo la promuove responsabile del credito alle piccole e medie imprese. Quando Aurelio esce dal carcere prende in affitto un capannone in disuso e costituisce una piccola società, insieme all’inseparabile Cono.

L’AureCo Sas ha bisogno di fondi per comprare l’attrezzatura necessaria ad avviare l’attività: un tornio parallelo, un po’ di materiali, una scrivania, un armadio, la sistemazione del capannone.

Aurelio si rivolge così al Banco di San Cataldo, presentandosi, stavolta senza passamontagna, a Ermelinda, che come se lo trova davanti sviene per la paura.

Aurelio soccorre Ermelinda e tenta di aiutarla a rialzarsi. Data la mole (dopo un inverno freddo e malinconico seguito alla morte del padre, che aveva ingerito per errore delle polpette al topicida che aveva preparato per il cane maremmano dei vicini, Ermelinda era un po’ ingrassata, superando la soglia psicologica degli 85 chili, sebbene fossero distribuiti nei punti giusti) deve farsi aiutare da Cono, che presenta a Ermelinda, appena rinvenuta.

Lei sviene di nuovo alla vista del folto sopracciglio del cugino, il cui sguardo divergente le ricorda una volta di più le terribili circostanze del processo seguito alla rapina. Aurelio lascia così a Ermelinda il fascicolo con il business plan preparato dal consulente della camera di commercio e un suo biglietto da visita.

Ermelinda non osa leggerlo, sulle prime, anche perché la incalza la diatriba con il vicino di casa, che la accusa di aver lasciato aperto il cancello per far fuggire il suo cane, che scappa nella notte e rischia di finire investito da un camionista ungherese al volante di un tir carico di pecore vive.

Istvàn Tibor Toth sterza disperatamente per evitare il maremmano, centrando in pieno un cipresso e rovesciando il rimorchio, che si apre facendo fuggire tutte le pecore superstiti. Le pecore, intanto, si sono radunate nel prato sottostante la strada, agli ordini dell’incolume cane pastore, di nome Attila, che le ha serrate in file ordinate e non lascia avvicinare nessuno, mostrando i denti e la ferma intenzione di usarli, se qualcuno si azzarda ad avvicinarsi al suo gregge.

Ermelinda ha finalmente aperto il documento presentato da Aurelio. Dopo averci rimuginato un po’ si è decisa a contattare il redento tornitore, aiutandolo a completare la domanda di accesso al credito che, grazie all’intercessione del sindaco di Frattaiuola, dove Aurelio e Cono sono nati e cresciuti, e all’attestazione di Severio Manganelli, direttore della Casa Circondariale di Colle Sciurlato, dove i due ragazzi hanno scontato la pena, si è risolto in un prestito di 25.000 euro da restituire in cinque anni, al tasso del 14,50% trimestrale.

Aurelio, per ringraziare Ermelinda, le porta una grande scatola di cioccolatini Scafroglia e un gigantesco mazzo di fiori variopinti. Lei si emoziona, colpita dal bel gesto di Aurelio. Annusa i fiori e sviene, colpita da shock anafilattico per l’allergia alla carta crespa di colore viola con cui il mazzo è stato confezionato.

Aurelio, memore degli sforzi fatti in precedenza, esclama un “Marò, e che cazz” e corre a prendere una bottiglietta d’acqua in attesa che Ermelinda rinvenga spontaneamente. I due hanno ormai stabilito un contatto che i dieci anni di distacco non hanno potuto interrompere.

Ermelinda, ormai certa dei suoi sentimenti, invita Aurelio a prendere un caffè a casa sua. Aurelio si veste elegante, compra una bottiglia di Cirò e si presenta al portone di Ermelinda, fresco come una rosa, sbarbato e profumato. In quel mentre il maremmano esce ruggendo dal cancello e lo addenta nelle natiche, mollandolo solo quando Ermelinda gli tira sulla groppa un vaso di gerani.

Lei rammenda con amore lo strappo fatto dal cane al pantalone gessato di Aurelio, che la attende chiuso in bagno, dove si disinfetta le ferite. Da quel giorno i due sono inseparabili: lui la conquista definitivamente somministrando una ciotola di croccantini alla stricnina al maremmano, che la mangia avidamente e stira le perfide zampe.

Lei lo ricambia cucinando per lui i suoi generosi gnocchi alla sorrentina, che tanta parte hanno avuto nel sopraggiunto superamento trionfale del novantesimo chilo di peso. Anche Cono trova l’amore, impalmando Armida, l’inseparabile cugina/amica del cuore di Ermelinda.

I due saranno testimoni alle nozze di Aurelio ed Ermelinda, che oggi vivono insieme felici e hanno due splendidi marmocchi: Genesio, che porta il nome del nonno paterno, perito in un incidente di caccia (quando Aurelio aveva tre anni, il padre di Cono gli sparò nella schiena accidentalmente, mentre cadeva per aver inciampato in una radice)  e Assunta, chiamata così per un voto fatto dalla mamma il giorno del concorso (vinto) al Banco di San Cataldo.

Annunci

Un Commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...