Memento

Non dimentico che 71 anni fa i nazisti fucilarono, a Roma, alle Fosse Ardeatine, 335 persone, facendo saltare il sito dov’erano ammassati i cadaveri perché l’eccidio rimanesse segreto.

L’esecuzione di massa avvenne per rappresaglia, in seguito all’attentato compiuto dai partigiani dei GAP romani in Via Rasella, costato la vita a 33 militari della forza occupante nazista.

Il racconto dei fatti è del mio amico Cesare Gigli, dal blog Il Giglio Quotidiano.

ll 23 Marzo 1944 – giorno del 25° anniversario della fondazione del Partito Fascista di Mussolini – 17 partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) guidati da Rosario Bentivegna fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari tedeschi.

I partigiani, che erano legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla che si era radunata sul luogo dell’attentato. L’unità militare che era stata presa di mira – un battaglione appartenente all’Undicesima Compagnia, il Reggimento di Polizia Bozen – era composto per la maggior parte da militari di lingua tedesca provenienti dalla zona del Sud Tirolo-Alto Adige. Italiani, quindi, anche se sotto occupazione tedesca. Nell’attentato ventotto soldati morirono immediatamente; altri 5 il giorno stesso. Il bilancio finale fu poi di 42 militari uccisi e di alcuni feriti tra i civili presenti al momento dell’attentato.

La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Mälzer, proposero che l’azione di rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni poliziotto ucciso nell’azione partigiana, e suggerirono inoltre che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata – la cui giurisdizione comprendeva anche Roma – approvò la proposta. Non ci fu quindi il tempo materiale, per i Gappisti, di consegnarsi per evitare la strage. Anche se tale vendetta poteva benissimo essere prevista (Pertini, all’epoca a Roma, disse che fu fatta una “fesseria”, per un usare un eufemismo, con quell’attentato, soprattutto perché i comunisti non concordarono l’azione con gli altri. Ma, ligio al dovere di gioco di squadra, difese sempre l’azione).

Il Maresciallo Albert Kesselring, Comandante in Capo dell’Esercito schierato a Sud, presumibilmente interpretò la reazione di Hitler (che avrebbe voluto radere Roma al suolo) come segno del suo appoggio e della sua autorizzazione alla rappresaglia proposta subito dopo l’attentato.
Il giorno seguente, 24 marzo 1944, militari della Polizia di Sicurezza in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime.
Priebke e Hass avevano ricevuto l’ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri che erano già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 necessari alla rappresaglia.

Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I Tedeschi aggiunsero al gruppo già selezionato per il massacro anche 57 prigionieri ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, essi rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva poco più di settant’anni, il più giovane quindici.
Quando le vittime vennero radunate all’interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate erroneamente 335 invece che le 330 previste dall’ordine di rappresaglia. Le SS però decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell’azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.
I prigionieri selezionati furono condotti all’interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Già prima di raggiungere il luogo dell’esecuzione, Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; invece, agli agenti incaricati dell’eccidio venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all’interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca.
Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cui veniva dato molto alcool per reggere al macello (e che quindi sbagliavano anche mira, non finendo immediatamente i martire) cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi per non sprecare spazio.

Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l’entrata delle fosse facendola saltare con l’esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo vivi allo stesso tempo chi non era stato immediatamente ucciso. Lo schifo era compiuto.
Il luogo dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, alla periferia di Roma, è oggi monumento nazionale in ricordo delle vittime.

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