Caro padre

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Caro padre, la canzone dice che c’è un tempo per cambiare, e noi non ce l’abbiamo avuto. Avremmo cominciato a fare delle cose e ne avremmo fatte tante quante ne vedo, oggi, in giro, tra quelli che ricordano com’erano da piccoli e quelli che si godono i propri piccoli mentre li festeggiano.

Per noi non è stato possibile, e non so se sia mancato più a te il mio sostegno o a me il tuo. Propenderei per la seconda, visto che non so se dove ti trovi puoi sentire o vedere qualcosa, o se semplicemente sei andato in un altrove che non è in nessun dove, lasciandoci, tuo malgrado, mentre noi, come tutti quelli che restano, ci siamo dati da fare per sopravvivere e raccontarcela quanto bastava per andare avanti. 

Siamo andati avanti perché la vita va sempre avanti. E’ come un fiume che scorre e tutti lo alimentano del proprio contributo, chi nasce, chi muore, chi si dà da fare per perpetuare la specie e chi no. Le cose tra noi sono rimaste in sospeso, e le circostanze non mi hanno consentito di riprodurmi a mia volta, e mettere in piedi, almeno io, quella circolazione di vita che tra noi si è dovuta interrompere presto. Ma non del tutto.

Ricorderai bene cosa sono la fame e la sete, anche se dove sei non le senti più. Un rubinetto asciutto è comunque il posto dove ti attaccheresti se stessi morendo di sete, e così io ho fatto, in tutti questi anni. Dove c’era l’assenza ci ho messo la presenza che mi era possibile ricostruire, cucendo insieme i ricordi e i racconti degli altri, le foto, gli oggetti, le elucubrazioni. Così il dialogo che non poteva esserci c’è stato e posso dire, passati i 50, che ho avuto tanto, da te, anche dopo averti perso. E tanto ho imparato.

Non solo attingendo dalla memoria interna, quella che sta scritta nelle ossa, che tira fuori la semenza, buona o cattiva che sia. Anche immaginando quello che avresti detto o fatto in tutti i frangenti in cui avrei avuto bisogno di te, e sappiamo quanti siano stati. Infiniti.

Ho imparato da te quello che è importante e quello che no. Ho imparato la dignità di chi sa farsi da solo, senza chiedere se può e cercando di dare. Ho imparato che il denaro non importa. Ho imparato che contano le persone e conta essere. Ho imparato, e pensa che lo dico di continuo, che a fare le cose non ci può succedere niente di male, e lo chiedo sempre a mia moglie (vedessi, ti sarebbe piaciuta): “Facciamolo, che ci può succedere?”.

Ho imparato ad andare e a non voltarmi indietro, sapendo che quello che devo portarmi è sempre con me e mi consente di non dimenticare. Ho imparato a guardare lontano con fiducia, anche se le cose sembrano darti contro, perché l’importante è la limpidezza dello sguardo, l’assenza di retropensiero, la voglia di crescere, di respirare a pieni polmoni, di fare dei passi avanti nella vita.

Ho imparato molto dalla tua maniera di stare al mondo, nella mia testa l’ho riprodotta per come pensavo che fosse e credo di aver fatto un buon lavoro, che saresti fiero di me se fossi qui, ad 82 anni, a berti un cicchetto con me e a ricordare i bei tempi andati, quando m’insegnavi ad allacciarmi le scarpe e ad amare quel bianco e quel celeste che ho coltivato per tutta la vita anche per te, chiedendomi sempre se dove sei certe notizie vi arrivano (vedessi adesso Felipe Anderson… ma ti sei perso due scudetti, accidenti a te).

Chi è restato vicino a me mi ha aiutato per quanto poteva e molto di più, e quando ci sentivamo mancare ci siamo dati la mano e ci siamo fatti forza, sentendo che eri tra di noi, perché anche se te ne sei andato via ti abbiamo tenuto con noi. Perché c’è qualcosa che rimane, there is a light that never goes out, e questa luce ce la portiamo dentro.

Così leggimi, se puoi, oggi che dicono che è la festa del padre. Non credo a queste feste, ma mi viene in mente che, in 47 anni, gli auguri non te li ha fatti davvero nessuno. E quindi ti giunga il mio abbraccio e il mio ricordo, ovunque tu sia. Un ricordo che non se ne va mai.

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