La solitudine di Rocco Siffredi

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Ieri sera vegetavo sul divano, in preda al morbus horribilis, mentre blobbavano un Rocco Siffredi che, gnudo e malinconico, si abbandonava a riflessioni sul senso della vita.

Secco, scamuffo, lontano ricordo dell’uomo-testosterone, con lo sguardo un po’ da matto, che siamo abituati a vedere. Certo, non deve essere facile essere Siffredi. Immaginatevi osservati di nascosto da tutti, che vi guardano per vedere se siete all’altezza della fama che vi precede, issati su una specie di pennone che vi espone, nudi, agli sguardi invidiosi dei maschi e concupiscenti delle femmine, in un turbinio di occhiate che dicono mi sembra di averti già visto, non so dove.

Gli anni passano e Siffredi perde durezza. Era una sorta di obelisco ambulante, sembra diventato l’ombra di sé stesso. Non riesce ad essere all’altezza del suo Nabuccodonosor, chiamiamolo così, in modo che il nome esprima compiutamente le dimensioni. In una vampa d’orgoglio ha mostrato tutto il suo talento al salotto televisivo, che ha reagito da par suo, con risate sguaiate e battute da caserma. Perché Siffredi, sapevatelo, o salottieri, non è che ve lo meritate: è lui che non vi merita. Dimenticava, Rocco, che la rosciaggine espone alle scottature, e quale parte più esposta al sole ci può essere per lui? Detto, fatto, le cronache che arrivano dall’Honduras parlano di ustioni fastidiose alle parti nobili. Nabucco s’è bruciato. Il tramonto del patriarca, il crepuscolo del campione.

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