I Pixies e il cane andaluso. Osceno e surreale

Ascoltando Debaser dei Pixies, grandissimo pezzo d’apertura di Doolittle, non immaginavo che l’ottimo Frank Black, nella sua vita precedente, citasse Un chien andalou, il capolavoro del cinema surrealista. Colpa mia e del mio scalcagnato inglese: se si parla di occhi affettati a rasoiate ci si riferisce, per forza, al citatissimo cortometraggio di Luis Buñuel. Così il fingitore schitarrante sghignazzava di essere il cane andaluso. Si dice che il riferimento del regista fosse, invece, un insulto riservato a Federico Garcia Lorca, già grande amico del regista, sbarcato alla corte parigina dei surrealisti, dove scrisse, con Salvador Dalì, lo scandaloso cortometraggio. Va detto subito: non ci si capisce una beneamata, si tratta di una serie di scene surreali accozzate l’una dietro l’altra, a scandalizzare e impressionare una platea per forza impreparata (era il 1929). In realtà i due compari avevano messo insieme i loro sogni: Buñuel aveva sognato l’occhio tagliato in due da un rasoio, e nel film è lui a interpretare l’uomo col rasoio. Dalì sognò la mano piena di formiche e nel film fa la parte di un prete. La mano sarà pure rinvenuta, tronca, in mezzo alla strada, dopo aver palpato tette e chiappe della protagonista. La sarabanda, condita di donne androgine, asini morti sdraiati su pianoforti a coda, peli d’ascella che migrano, amanti semiseppelliti sulla spiaggia e altre bizzarrie, inclusa la farfallaccia col teschio del Silenzio degli innocenti, ha attratto e respinto cinefili e curiosi per 85 anni. Vista oggi fa ancora impressione. Ma se non la capite non è un problema: nessuno l’ha capita davvero fino in fondo, forse nemmeno quello che l’ha girata. Di sicuro non i mille tromboni che l’hanno recensita. E in fin dei conti anche Debaser non ha, testo alla mano, un senso: ma è un pezzo trascinante come pochi, da un disco-capolavoro di una grande band.

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