Qua sò cazzi

Mario Cipriani, detto Stracci, raccontato dalla magnifica penna del mio amico Antonio Cipriani, qualche anno fa, per Accattone.

C’era uno specchio tutto scheggiato, che aveva perso la sua anima d’argento e rendeva le cose sognanti.
Era lo specchio che stava in fondo all’osteria di Pietralata vecchia, dove andavo a bere vinaccio sfuso (di cartine e zolfo) e a conversare con Mario Cipriani, Stracci per poeti e battone, er Balilla per altri acculturati; Mariuccio per il tutto il resto del mondo lungo le valli brunite pietralate. Luogo senza ali né possibilità di fuga. Per chi è fuggito da sempre e non sa più dove riparare il passo di fetente speranzoso borgataro in attesa perenne. Di un viaggio, di una donna, di un pezzetto di normalità così urlata da strappare silenzi alla gola.
Specchio d’avanzo, quello dell’ostaria-strettoia con l’acca davanti. Di qualche vecchio comò mollato lì dai parenti, complici e luttuosamente stretti nell’ultimo chissenefrega, soffiato nel trapasso di un eroe qualunque da dimenticare presto.
Che poi la distorsione dello specchio rendeva l’immagine di sé e la fatica, di sé e la speranza, leggermente più accettabili. Oblunga, straniata, mai doma. Perché tra i calcinacci del passato bisogna conservare la faccia di sé che uno preferisce. Agguerrita o sognante, per niente somigliante alla vita che, giorno dopo giorno, non ci appartiene. Non ci interessa, fa a cazzotti con i ricordi e con la bellezza amara dell’illusione.
Ti specchi Mario e diventi Stracci, impresso su metri e metri di pellicola che attraverso il miracolo della macchina da presa esorcizza la vita per l’arte. Ma non è per tutti. La mutazione è riconoscibile solo allo sguardo che sa guardare attraverso. Agli altri resta l’immagine riflessa di uno sticazzi e via.
Come all’oste, senz’acca però.
Me so’ venuti a intervista’, so’ giornalisti, hai capito? Devono fare un servizio sui film che ho fatto con Pasolini, me tocca raccontare qualche cosa… Ma quello passava dritto, a passo pesante e sbuffando un fanculo rantolato. Seh seh e via oltre allo specchio.
Qua a Pietralata mica ce credono che so’ attore, disse una sera di vento giallo e strazio di segherie lontane. Fuori le lampadine danzavano al buio aromatico, e vecchi predatori di periferica vocazione vagavano a caccia sui montarozzi dello sfascio.
Che cazzo ne sanno qua dell’epos del proletariato, concluse amaro Bastiano, il filosofo di Ponte Mammolo. Non c’è manco un cinema, Mariu’, siamo sottosviluppati. Seh, replicò Mario, è che semo sviluppati sotto. E giù brindisi e risate a gola rauca. Uno sfregio di antica arroganza edile, alla faccia dell’universo ostile e del destino manovale che impediva a Stracci di portare in giro a testa coronata la S maiuscola. Stracci di Ricotta, Stracci di Pier Paolo Pasolini, con tanto di Orson Welles e Pontormo. Con rispetto parlando, diceva Bastiano.
Poi rimaneva il silenzio, il dire lasciato in ostaggio del tacere. Un tractatus da mezzo litro a testa, tutto d’un fiato, di intellettuali plebei e periferici alla deriva dentro l’ultima salvezza prima dell’alba.
Nel ricordo, mica tanto distante, Mario non ha il volto stanco e beffardo di quelle serate (rughe come trincee, diceva il Filosofo). È per sempre l’omino affamato che corre a macchinetta nelle praterie (sempre quelle sfregate dal vento della periferia, di polvere africana e cartacce di vecchi imbianchini), che muore davvero, strozzato in croce mentre la vita che si muove indifferente intorno a lui è finzione. E sullo sfondo, fuori scena, si staglia la città penosa e lontana.
Viverci dentro, in quella giungla di case e rancori, è un destino, mica una passeggiata. Se fai il muratore sei il muratore, se fai lo scopino sei lo scopino. Ma se fai il muratore e pure l’attore con Pasolini, a quelli del baretto gli si complica la vita. Questo il rammarico. Perché attore, in borgata, vuol dire riscatto sociale, scintillante desiderio di redenzione alla conte di montecristo; soldi, vendette sociali legittime, annessi e connessi. Se resti a campare nello stesso caseggiato e la mattina parti all’alba vestito da muratore, è un’altra cosa. Nella coscienza popolare stai alla stregua di quelli che la domenica vanno a giocare le regionali di bocce a Civita Castellana e il lunedì, con la pagnottella nella carta del forno, raccontano i dettagli.
È una questione di dignità operaia. Mario fece la sua scelta di classe e rimase quello che era sempre stato, lavorando a giornata e navigando a vista lungo le scogliere di quel fuoriscena. Fino a negare a se stesso la possibilità di essere se stesso fino in fondo. Soprattutto nel dubbio estremo che quel se stesso non fosse proprio il senso ultimo della sua vita, ma un pezzo di cielo metallico caduto per caso da chissà quale marte sconosciuto. Così campava.
In attesa di un vento nuovo, di un’altra parte in un film qualunque, di essere riconosciuto per la strada, ma nel momento giusto.
Mica come quella volta sull’autobus, in centro, tanti anni fa. Mario tornava dal lavoro con il secchio e dentro gli attrezzi da muratore, dopo una giornata di fatica sputata in qualche cantiere. Impolverato e con addosso gli schizzi di calce rimase in piedi in fondo all’autobus. Un turista francese si avvicinò e lo guardò. Beh, che te guardi? Disse il muratore di Pietralata. E quello: ma io la conosco. Lei è Stracci, l’attore protagonista della Ricotta di Pasolini. No, no, rispose Stracci, nun so’ io. Io so’ uno qualsiasi, che se ero un attore famoso stavo qua…
Tanti anni dopo, ricordando quell’incontro, Mario disse a Chigo Gallian: hai capito? In Francia ero una celebrità e io non lo sapevo. Solo che quel giorno, sull’autobus, zozzo da fa’ paura, dopo una giornata de bucio de culo, me vergognavo come un ladro. Non potevo esse’ io, no? Ma che un protagonista di un film importante campa facendo l’imbianchino?
Che palle, fu la conclusione arbitraria ma sintetica di Chigo. Che palle per definire il mondo rutilante e rovesciato che si porgeva ai nostri occhi arrossati dal sonno, riflesso di inganni e caverne; e noi bestie feroci in cattività da borgata cercavamo attraverso quei riflessi qualche cosa che sapesse di senso, un’ispirazione qualunque per la giustizia e l’uguaglianza. Un frammento di comunismo, anche sbiadito, per cuori affannati.
Stracci oggi non c’e’ più. Vive solo nelle pellicole che ha girato. È morto da poco, da muratore in pensione, ma da attore fino all’ultimo respiro. Qualche parte in film italiani (ma Pasolini non c’e’ più) e una montagna di ricordi del suo affabulare leggero e ironico, con una lingua antica che a Roma quasi non si parla più. Cioccare, capezza, brillocco, mezzacucchiara, ‘o ggiuro su mi madre; una romanità lasciata cadere a pioggia sull’epica in bianco e nero di uno scavalco da regazzini. O da ladroni grandi e avventurosi, eroici robbinud de noantri, cresciuti nel mito di “se te becca Santillo” ai Villini, profeti di imprese mirabolanti destinate al fallimento epocale. Che te restano sur groppone, diceva Chigo e Mariuccio annuiva. Mai che ‘ste imprese aggiustano la vita dei Cichetta il pataccaro, di Palle secche, di Collo storto che continuano, assatanati, a giurare sull’ossa dei morti e a toccarsi il pacco a protezione metafisica dalla vendetta di chiunque profferisca, con agilità linguistica da giaguaro: e de tu’ nonno. Sintesi e fulmine che squarcia la notte.
Lingua perduta dai giovani ruggenti, con mille tatuaggi da ferimento dell’anima e orecchino scintillante. Per nulla ammansiti dal cappelletto da baseball e dalla gutturale ricerca del suono rombante da stadio, per comunicare in un neoborgataro inglesizzato lo status di viventi. Nonostante tutto. Coatti, incazzati incupiti più fascisti che altro, ma con lo stesso sguardo insolente dei padri e dei nonni paini.
Lo stesso sguardo insolente e ciancicato dal controluce che doveva avere Mario la prima volta che incontrò Pasolini in borgata nel 1959. Giravano Il Gobbo del Quarticciolo e il Poeta faceva anche una parte nel film di Lizzani.
Sghignazzavo co’ l’amici, ‘o pijavo per culo, quello me guardava fisso. Dico, qua finisce male, aho. Poi se fece sotto Citti e mi disse che era uno famoso e mi voleva per un film. Da quell’incontro nacque er Balilla in Accattone e poi Stracci. A Mamma Roma m’hanno tajiato, ero troppo bravo, oscuravo l’artri… E il provino? Me lo fecero a casa di Fellini, mica no, c’erano un sacco di persone e quando sono entrato mi so’ detto: aho’, in campana, che qua te danno un sacco de botte. Capito, no? È che pensi male. Invece…
Poi la prima volta sul set. Mario faceva er Balilla e si vergognava. L’amici lo guardavano, gli ridevano dietro. Lui doveva uscire di corsa e correre. Ma non lo faceva. Gli andò accanto Bernardo Bertolucci e lo pregò di uscire. Niente. Il ciacchista romanaccio interpretò filosoficamente la situazione e trovò il modo per far correre Mario: “Aho, si nun esci nun te pagheno”. Er Balilla ancora corre…
Diceva così: aho, ancora corro… Se la rideva nel ricordo, e la gente intellettuale e un po’ chic nelle sale culturali applaudiva. Lui ingallato buttava giù storielle e battutacce un po’ ciniche, per illustrare ai profani la dignitas del borgataro che non può fare niente per niente. Dunque, niente senza tornaconto perché la società non se lo merita e se rubba tutto. Ma per Paolo si poteva fare uno strappo, perché era un grande pensatore, ci aveva ‘na testa così, eppure era uno di noi. Poi ti faceva recitare quello che eri davvero, ed essendolo non lo sapevi che eri una cosa artistica e fondamentale.
L’ultima volta, col sorriso inciso nel volto stanco, raccontava di quanto fosse piccola la stanza di un capolavoro come quello di Rosso Fiorentino a Volterra e di quanto, in fin dei conti, si sentisse un artista vero e proprio, come la storia e la cultura gli riconoscevano. Un po’ meno il cinema. E zero la borgata.
Peccato che non c’è più Paolo; io continuo a fa’ provini e non me prende nessuno, diceva. Me volevano pe’ fa’ Geppetto, sai che ride. Ma nun m’hanno chiamato manco quella volta, segno che so’ destinato da una sorte speciale a restare per sempre Stracci oppure er Balilla. Sarà per quel segno della croce scombiccherato che me venne mentre giravamo Accattone. Capirai, co’ le manette, non capivo niente. Fu così, un’invenzione. Pasolini la scoprì nel montaggio, mi disse grazie Mario. Era quello che ce voleva. Bella mossa rega’, ma non rinascono i paolipasolini.
Brindisi, alla poesia amara e a Stracci. In quell’hostaria ci andavo con Mario e ci incontravo Chigo Gallian anche lui di nobile stirpe bevitora e animo scrittorico, cappottone loden e barba perennemente sfatta, abitava da quelle parti. Io, eretico e straniero, ero viandante che giungeva a Pietralata come fosse la porta del mondo. Tiburtino, vedevo in Ponte Mammolo il confine misterioso che separava e congiungeva la città dalla sua espansione feroce e meticcia. Il fiume era l’anima che ci univa e divideva. Chi usciva e chi entrava. In un incrocio di razze, idiomi e furie. Sangue, comunque nuovo. Occupanti e sfrattati, negri e zingari, immigrati pugliesi, calabresi, siciliani che si andavano a conquistare il pezzo di orto sotto le case popolari dell’Albuccione. Sfidando i primi innesti di Roma lontana che si erano presentati dietro alle zampogne abruzzesi, ai norcini, ai marchigiani venditori di vino di cartine e cannolicchi.
Per quel mondo in movimento, Ponte Mammolo era il limes, Pietralata il cuore. In mezzo Tiburtino Terzo, dove so’ cazzi. Punto. Così era. Qua so’ cazzi c’era scritto sul muro che costeggiava la Tiburtina. E dentro, i ragazzini ci giocavano a pallone. Ed erano cazzi davvero.
Forse più adesso che prima, sono cazzi. Con le stradacce che s’impennano contro le case popolari e portano nel bitume la loro ambizione da cavalcavia senza memoria. Altra cosa le pietre lasciate lungo le strade antiche che dal profondo del loro essere sognano di essere una cattedrale. O un posto dove possano poggiare il culo i poveri affamati di vento, stanchi con le loro vite callose. Che poi se vai a cercare bene, dietro lo sguardo appannato di un bicchiere di vino, l’utopia è un’arma e lievita come il pane. La bruttezza è la seconda arma per sopravvivere mimetizzati da poveri cristi che fanno il mazzo e schioppano. Dimenticati con il loro sberleffo di umanità, faccia e rabbia. Fino a un Mario o Chigo che si perdono nei meandri della confusione e vogliono ricominciare da capo, come se lo specchio riannodasse il filo della storia e consentisse loro di riprendere da dove eravamo rimasti. Uno sguardo insolente, la bellezza seduta sulle ginocchia.

Rosso_Fiorentino_-_Descent_from_the_Cross_-_WGA20117

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  1. suzieq11

    E sò cazzi si … quando trovi uno che scrive come scrivi tu e pensi a certa gente che si auto definisce “scrittore” …
    Bravo, bellissimo! Non so fare complimenti, ma una roba così alle 3 di notte non l’avevo letta mai. Poesia pura, a Pasolini sarebbe piaciuta.

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