Il pranzo della domenica

Cominciava presto, con i rumori della fabbrica casalinga. Mani che impastavano, sbucciavano, tagliavano, tritavano, sbattevano. Profumi e vapori che si attaccavano ai vetri, quando pioveva. Sole che entrava dalle finestre spalancate, se era bello. La radio con Gran Varietà. Si usciva a fare un giro, vestiti bene, pettinati con la sgrima, odorosi di pulito. Qualche volta ci scappava un maritozzo, o un caffè con la ricotta, che era uno strappo alla regola del caffè solo nel latte.
Poi si rientrava di corsa, con la luce che era cambiata e le macchine che diminuivano sempre più. E si scopriva l’odore dei sughi, il calore dei brodi, l’irregolarità della pasta fatta in casa, la lunghezza dei tagliolini, la ricchezza delle lasagne, il ripieno dei ravioli, e il pane per la scarpetta, le patate al forno, il pollo croccante, l’arrosto morbido, il dolce con la ricotta. Era una sinfonia di creazioni magiche. Di casa.

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