Uber e i tassinari: la rivolta contro il futuro

In Italia gli interessi corporativi si fanno valere sempre. Le reazioni di questa o quella categoria professionale ai cambiamenti riempiono spesso le pagine dei giornali, secondo il nostro stile scalmanato. Anni fa ci fu una rivolta cruenta dei tassisti a Roma, con politici schiaffeggiati, blocchi cittadini, urla, accuse e questioni infinite. Stavolta la protesta assume, però, contorni diversi: Uber, servizio innovativo di trasporto privato a pagamento, morde proprio dove si guadagnano il pane i tassisti. E fa discutere.

Uber lavora con le modalità tipiche del low cost che viaggia sul “filo”: la chiamata avviene attraverso una app che fornisce le indicazioni all’autista affiliato a Uber, che arriva e offre i propri servizi a costi competitivi, tempestivo e social. E il tassista ci rimette. Uber viene da San Francisco e solleva il solito mare di dubbi sulla non-regolazione del servizio on line: quali rapporti con gli autisti? Quali garanzie per i passeggeri? Quale regime fiscale per le prestazioni, visto che le corse si pagano via carta di credito alla casa madre? Intanto l’autista di Uber che era stato multato a Genova e privato della patente per l’esercizio abusivo della professione di tassista ha vinto la causa e creato un precedente.

Uber insomma fa un lavoro legittimo. Che però penalizza i tassisti e si pone, di fatto, come concorrenza priva delle zavorre che il tassista deve sopportare. Un bel problema, che aggiunge sale sulle ferite create da altri servizi che viaggiano sullo smartphone, imponendo una modernizzazione dell’economia del quotidiano che non ci trova pronti. Né come Paese, stante l’arretratezza delle infrastrutture e la mancanza di DOMANDA per l’adeguamento delle stesse (siamo arretrati e sguazziamo felici nella nostra arretratezza), né come tessuto imprenditoriale, visto che in nessun caso riusciamo a proporre alternative a certi servizi che arrivano da lontano e ci spingono a recitare ruoli marginali in troppi settori dell’economia.

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