Il parcheggio perduto e altre storie

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Nella giungla d’asfalto semimetropolitana il Palazzo di Giustizia sorge improvviso come sfinge accucciata. Un tratto che sembra uscito da Blade Runner che ci scorre accanto, mentre dribbliamo il traffico caotico e cerchiamo ricovero in un parcheggio interrato.

Trovare la destinazione è facile. Il metal detector ci lascia passare, la mappa dei percorsi possibili è chiara e ci fornisce coordinate da battaglia navale che si rivelano azzeccate alla prima botta. L’ascensore ci issa sulla groppa della bestia venuta dal futuro: le sliding doors ci proiettano tra le frotte di legulei accampate fuori dalle stanze dei giudici o di chi tribola per loro.

Crocchi d’incravattati e tailleurate, stacchi di gamba e tacchi a spillo, borse di vera pelle e zainetti cool, cartelline gonfie di fogli alla mano. Sembrano piccoli bivacchi che si susseguono, uno a uno, negli interminabili corridoi che percorriamo alla ricerca di una destinazione che non si trova, tra stanze chiuse e cartelli che ammoniscono: NO INFORMAZIONI.

Improbabili rappresentazioni grafiche dove il corridoio è una riga e la stanza un rettangolone con dentro nomi e nomi e nessuno è quello giusto. Scorriamo la teoria interminabile di cessi chiusi e di pannelli informativi impossibili da decrittare, fin quando non si accende la lampadina. Contando i ponti che dividono le strade parallele interne alla sfinge si può trovare il posto giusto. Detto, fatto. La Cancelleria Fallimentare.

Il totem per i numeretti sta lì, severo, e ci ammonisce anche lui: nessuno prenda più numeri di quelli che deve. Cerchiamo  una tastiera in mezzo ai pezzi di carta appiccicati sullo chassis, poi ci accorgiamo che il video ci mostra un’immagine di un totem sedicente fuori servizio. Increduli, insistiamo. Sul muro le affissioni dettagliano servizi e numeretti da prendere, ma non ci sono né quelli rossi né quelli azzurri. Intercede per noi una bionda scarmigliata, forse impietosita dall’aria dimessa del cassintegrato, lascia stare che siamo al momento occupati, la mobilità è lì che ci sorregge ancora per qualche tempo e nelle stracche pieghe del viso questo si nota.

Ci iscriviamo a una lista anonima appesa con lo scotch da qualche parte. Numero 26. Alle dieci si apre lo sportello e l’uno resta appeso al bancone venticinque minuti. Non si trova la pratica. C’è un via vai di caviglie tornite e di scarpe impunturate a fare tutti la stessa domanda. Che numero è dentro? Lo sconforto ci prende. Ma non c’è nessuno che chiama la fila.

All’improvviso si apre uno spazio libero negli interstizi legulei: una bolla in cui il tempo pare sospeso ci mostra il bancone vuoto e l’impiegata sorridente che ci invita ad avvicinarci. Intorno a noi i bivacchi cicalecciano e scartabellano. Noi ci lanciamo con partenopeo tempismo. Le carte sono pronte, a nostra disposizione, arrivederci, buongiorno.

Saltata la fila ci si rimette in viaggio, ebbri. Il più sembra fatto. Ma l’ascensore ci lascia, ignari, sotto la faccia sbagliata della sfinge bifronte, davanti alla quale c’è il parcheggio gemello di quello buono, che negli spazi troppo simili a quelli che sono altrove allinea una fila di vetture che non sono la nostra.

Ci prende l’affanno, annaspiamo, criceti nella ruota, in cerca di un elemento che possa rivelarci dove siamo. Il passante sollecitato ci riprecipita nell’errore: sì. Il parcheggio che cercate è quello. E invece no: il parcheggio è dall’altra parte del mostro, il cui periplo compiamo tra una maremma maiala e uno speriamo bene. Scoperto il trucco e recuperato il cocchio ci attende beffarda la cassa automatica, che non funziona e rimanda a un altro aggeggio posto chissà dove. Fanno due euri. Fuori fiocca.

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